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Processo "Medusa", Quinto non parla

Basilicata

Il pentito che lanciò il processo si è rifiutato di sottoporsi al controesame delle difese

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di ANTONIO CORRADO

Per opposte ragioni accusa e difesa facevano molto affidamento sulla sua testimonianza, ma lui, il pisticcese Ivan Quinto, non ha voluto sottoporsi per protesta al controesame degli avvocati difensori. Eppure proprio le sue testimonianze, rese agli inquirenti nel 1992, avevano dato avvio al processo “Medusa”, che vede sul banco degli imputati 54 persone, secondo l’accusa componenti a vario titolo di un'organizzazione criminale ramificata tra Pisticci, l'area jonico-metapontina e il capoluogo di provincia, finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti nel territorio della provincia di Matera. Tra gli elementi di spicco del sodalizio, Mario Calderola, ritenuto dagli inquirenti il promotore; Giuseppe Scarcia, attualmente collaboratore di giustizia; Giuseppe Gagliandro, imparentato con la famiglia Scarcia e tarantino di origine; Vincenzo Nieddu e Leonardo Piconese. Le accuse sono di associazione per delinquere, finalizzata al traffico e allo spaccio di ingenti quantità di sostanze stupefacenti. Martedì davanti al collegio giudicante, presieduto dal dottor Attimonelli Petraglione, a latere Onorati e Scillitano, Quinto si è rifiutato di rispondere alle domande dei legali difensori delle persone da lui accusate in sede di indagini. Il giovane pisticcese, oggi in stato di isolamento per effetto di un altro giudizio per detenzione illegale di armi, ha chiesto il riconoscimento dello status di collaboratore di giustizia, con la conseguente normalizzazione delle modalità di carcerazione. Il collegio giudicante non ha ritenuto opportuno procedere in tal senso, da qui il diniego di Quinto, per cui i giudici hanno disposto la trasmissione degli atti al pm con la nuova accusa di reticenza, reato equiparato alla falsa testimonianza. Infatti, il controesame sulle dichiarazioni di Quinto era un atto obbligatorio di garanzia nei confronti degli imputati da lui accusati. L’avvocato difensore, Antonio D’Angella di Marconia, si dice fiducioso circa l’assoluzione del suo assistito, che comunque ha ancora un grosso debito da pagare con la giustizia per altri fatti. Nella sostanza, dunque, è venuto meno un testimone-pentito chiave per il processo; infatti, i difensori degli imputati sotto accusa hanno chiesto l’annullamento della deposizione resa da Quinto in fase di indagine. La prossima udienza è fissata per il 30 novembre.

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