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di VITTORIO CAPPELLI
Era il 29marzo del 1985. Nell’affollatissima sala del consiglio comunale di Cosenza si discuteva su “La Questione Calabrese e lo Stato”, in occasione dell’uscita del volume dedicato alla Calabria dalla serie “Le Regioni” della “Storia d’Italia Einaudi”. Con Giacomo Mancini ne parlavano Piero Bevilacqua, Augusto Placanica, Stefano Rodotà, Giovanni Travaglini, Corrado Vivanti e il sottoscritto. Ricordo come fosse ieri che Mancini, dopo aver sfogliato con insistenza e curiosità il libro, prese la parola osservando che l’indice del ponderoso volume (di quasi mille pagine) conteneva un solo nome tra i politici calabresi: il suo. E gigioneggiò compiaciuto, commentando che, se gli toccava di passare alla storia in vita, chissà cosa gli sarebbe accaduto dopo la sua dipartita. Ebbene, è con grande rammarico che debbo constatare, invece, dopo un quarto di secolo, che la figura di Giacomo Mancini, anziché essere oggetto di nuove ricerche storiche, rischia di rimanere invischiata, avvilita e immiserita in rappresentazioni strumentali e in polemiche di piccolo cabotaggio, di cui si fanno protagonisti alcuni dei suoi discendenti. Ma andiamo per ordine. Mancini era oggetto di trattazione storiografica nella “Calabria” dell’editore Einaudi in un ampio paragrafo del saggio “Politica e politici”. Era il sottoscritto l’autore di quel testo, e il titolo del paragrafo recitava: «Il ‘bombardamento’ di Giacomo Mancini». Si era in tempi non sospetti, poiché, nel pieno dell’egemonia craxiana sul partito socialista e nel bel mezzo del governo Craxi (1983-1987), il grande leader politico calabrese, in minoranza nel suo partito, costretto all’opposizione, appariva piuttosto in disgrazia. Ma non demordeva, com’era nel suo carattere leonino, e cercava di ripartire dalla sua regione e dalla sua città, di cui fu sindaco una prima volta proprio in quella congiuntura (1985-86). Il “bombardamento” manciniano, di cui parlavo in quella occasione di studio, intendeva rappresentare metaforicamente (e interpretare) quel che considero come il tentativo più cospicuo di disarticolazione delle culture locali premoderne che sia mai stato sperimentato dalla politica calabrese (e italiana) nel secondo Novecento. Si voleva analizzare, cioè, un progetto di modernizzazione, che Mancini aveva elaborato dal centro del potere politico nazionale – come ministro della Sanità, dei Lavori pubblici e del Mezzogiorno (1963-69 e 1974) e come segretario nazionale del partito socialista (1970-72) -, per investire capillarmente la regione, sconvolgendone gli antichi equilibri e le consolidate consuetudini, attraverso le idee riformatrici del primo centrosinistra e le relative politiche di sviluppo fondate sulla programmazione economica. Alla luce di quel disegno modernizzatore – dei suoi successi come delle sue difficoltà e delle sue contraddizioni – cercavo anche di interpretare la rivolta di Reggio Calabria (1970-72), osservandola come un tentativo di resistenza alla modernizzazione da parte del ceto medio reggino e delle culture locali, sulle quali si erano rapidamente innestati il neofascismo e la strategia della tensione. Di quella “resistenza” culturale, come molti ricorderanno, le icone più chiassose ed esibite erano le immagini di Mancini impiccato nei cortei, e le icone più calorosamente invocate erano quelle della Madonna, portata in processione nella città in rivolta. In seguito, nell’ultimo ventennio del Novecento, la vicenda politica di Mancini si è legata in specie, come tutti dovremmo sapere, alla creazione di un laboratorio politico locale che ha avuto il suo fulcro nel governo della città di Cosenza (1993-2002) e ha coltivato la sua anima ideale in un socialismo libertario e moderno che induceva Mancini a ignorare le rigidità dei grandi paradigmi ideologici, ma anche a difendere con coraggio e senza tentennamenti le garanzie dello stato di diritto, come accadde prima in difesa di Franco Piperno e poi in difesa di se stesso [su questi argomenti disponiamo di interessanti letture, dal libro di Giacomo Mancini “7 aprile, eclisse del diritto. Itinerario di un garantista” (Lerici, 1982) al più recente libro-intervista di Matteo Cosenza “Giacomo Mancini un socialista inquieto” (Rubbettino, 2008)]. Il percorso politico manciniano degli anni Novanta ha da essere ancora rivisitato dagli storici, soprattutto per cogliere e interpretare gli elementi di originalità che ne hanno fatto in qualche modo un modello politico-culturale, capace di indicare alla sinistra calabrese (ma anche a quella italiana) nuove vie da percorrere. Le ambizioni moderne di un governo municipale capace di guardare all’Europa, volando alto ma tenendo i piedi ben fermi nel tessuto sociale e storico dei luoghi e delle comunità locali, vanno riguardate con attenzione, per far fronte all’inadeguatezza e alla prevalente pochezza del ceto politico calabrese odierno. Per queste stesse ragioni, è davvero triste dover fare i conti con le penose argomentazioni di Pietro Mancini e Giacomo junior, comparse sul Quotidiano nei giorni scorsi. Non c’è, in verità, da sorprendersi più di tanto. Abbiamo a disposizione un’infinità di esempi dell’imbarazzante inadeguatezza dei congiunti e dei discendenti di personalità troppo forti che hanno agito con successo nel campo della cultura, della politica, delle scienze. Ma non è il caso qui di lasciarsi andare agli psicologismi. È necessario, piuttosto, sottrarre l’argomento – ossia il profilo storico-politico di Giacomo Mancini – agli interessi elettorali di suo nipote che ha scelto di abbandonare il centrosinistra per schierarsi con Scopelliti e Berlusconi. E ancor più occorre, naturalmente, saltare a pie’ pari le meschinerie, i livori e i risentimenti di questioni private che contrappongono Pietro Mancini a sua sorella Giosi. Mi piacerebbe, invece, che si ragionasse su una questione politico-culturale di grande importanza: l’uso politico della storia, che piega strumentalmente le vicende del passato agli interessi del presente. Ciò accade non soltanto quando Giacomo Mancini junior cerca di accreditare le sue nuove scelte di campo, che lo hanno condotto a destra, seguitando imperterrito ad adoperare, anche postmortem, la copertura dell’immagine di suo nonno; ma accade anche – consapevolmente e per ciò stesso con maggiore gravità – quando intellettuali e operatori culturali si trasformano in acrobati spericolati e giocolieri del pensiero, piegando i fatti a giustificazione delle loro scelte politiche attuali, che divergono bruscamente dal loro stesso passato. I fatti dicono che Giacomo Mancini è un personaggio originale e inquieto della politica italiana, che ha agito con ruoli di primo piano nel governo nazionale e in Calabria per più di mezzo secolo, senza mai abbandonare la sua collocazione politica a sinistra. I fatti dicono, inoltre, che Mancini è stato un avversario storico di Craxi. E i fatti dicono, infine, che, se con il partito comunista Mancini ha avuto spesso un rapporto aspro e conflittuale, con Berlusconi e i suoi governi non ha avuto mai alcun rapporto, agendo sempre a distanze siderali dal centrodestra. Se oggi, invece, degli ex socialisti decidono di schierarsi a destra – nel governo berlusconiano come nel municipio di Roccacannuccia – dovrebbero avere la dignità e la forza di farlo senza cercare patetiche giustificazioni e improbabili appigli nel passato. A nessuno può essere impedito, ovviamente, di cambiare idea e prendere altre strade, ma chi lo fa non è autorizzato a deformare e falsificare il passato per giustificare se stesso. Ai tempi di Stalin si truccavano le fotografie per cancellare il “traditore” Trotskij che stava a fianco a Lenin nei grandi eventi pubblici. Per favore, ora non fate la somigliante e grottesca operazione di mettere a fianco a Mancini le immaginette di Craxi e Berlusconi. Perché a noi ci scapperebbe da ridere (e a qualcuno verrebbe forse anche voglia di piangere).

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