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Beppe Grillo

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L’IMPERATIVO è “nessun contrasto sullo statuto, fila tutto liscio”. Lo sillaba Giuseppe Conte mentre entra al Senato. Sì certo, come no, figuriamoci. Lasciamo stare le strumentali necessità della propaganda. Proviamo a lasciar sfogare l’immaginazione, quella che una volta doveva andare al potere. Vediamo. Chiuso nel suo inavvicinabile maniero con vista mare, Grillo rimugina un interrogativo che solo fino a pochi mesi fa sembrava inverosimile e impossibile: può esistere un grillismo senza di me? A Roma, nel suo levigato appartamento in centro, l’ex premier srotola mentalmente un quesito simile: può esistere il contismo senza MoVimento?

Due domande al momento senza risposta. Due interrogativi che sono al tempo stesso politici ed esistenziali. Il grillismo senza Grillo, ossimoro che è solo l’ultima e definitiva torsione di una avventura cominciata solitaria e finita col 33 per cento e primo partito italiano, vorrebbe dire non la metamorfosi bensì lo snaturamento di una creatura immaginifica non prevista in natura dalla politica, un ircocervo che ha provato a mischiare rivoluzione e governabilità, palingenesi e Palazzo. Gli è stato dato del demagogo e del populista e presumibilmente sono azzeccate ambedue le etichette.

Ma la realtà è che l’ex comico è stato ed è di lotta e di governo come nessun altro, ha coltivato una sapiente e visionaria doppiezza che gli ha consentito di pescare a piene mani nella pancia dell’elettorato.

Il MoVimento di Beppe è una cosa liquida che non conosce Bauman ma sa distinguere perfettamente gli amici dai nemici. Capace di allearsi con entrambi convinto di poter esercitare una gramsciana egemonia su tutto e tutti. Racchiudere questa forza primordiale e primitiva negli schemi di una leadership condivisa, con i suoi rituali e liturgie, con capi e sottocapi, con correnti e appartenenze, significa voler trasformare il fuoco in acqua e continuarlo a spacciare come materiale incendiario. Come può l’Elevato accettare un simile stravolgimento? Far diventare il grillismo un partito come gli altri è forse l’incubo peggiore per Beppe, l’insostenibile leggerezza di una trasformazione che è rinnegamento.

Se la risposta al grillismo senza Grillo è positiva, allora al Garante non resta che alzare il ponte levatoio e rintanarsi nel profondo delle sue stanze, a ripensare a quello che è stato e che poteva essere, a come un miracolo politico possa essere diventato faccenda di santini e indulgenze in mano a monaci tra cui spicca un Priore. Peraltro invocato, meglio ricordarlo, dallo stesso Grillo al capezzale di un partito spiaggiato e boccheggiante, e che adesso detta condizioni per fargli riacquistare il mare aperto.

Se al contrario la risposta al grillismo senza Grillo è negativa, allora per Giuseppi non c’è scampo. Qualunque siano le regole scritte con pazienza da amanuense nello Statuto di ciò che dovrà essere, della fisionomia di ciò che allo stato è informe, di qualsiasi genere e rigore siano le pratiche da avallare, sempre e comunque l’ex premier resterà il numero 2, autonomo quanto vorrà ma comunque subordinato alle strambate del Garante. Se antinomia deve essere, allora che sia. Perché le diarchie non hanno mai funzionato, men che mai in politica.

Se Grillo deve rimanere primo tra i primi, Giove tra gli dei dell’Olimpo, allora dovrà ridimensionare l’uomo che del grillismo è stato volto e maniere per quattro anni e due governi. E che in quanto a popolarità lo strabatte comunque e dovunque. Se invece dovrà scendere dal piedistallo, essere sì il primo ma senza che ci siano secondi, allora sarà costretto a dimidiarsi mantenendo il forte ascendente ma vedendo restringere il perimetro del suo potere.

Ma c’è anche un risvolto della medaglia.  Se il grillismo possa vivere senza Grillo è da decidere. Ma può esistere un contismo senza MoVimento? Può esistere, per intenderci, che di fronte all’impossibilità di un accordo e non volendo convivere con un Padre sempre e comunque padrone, Conte abbandoni e si faccia un suo partito? L’ipotesi, forse in sogno accarezzata, è sempre stata nella realtà smentita. È l’altra faccia della crisi dei Cinquestelle. Abbandonare la casa del padre, bruciare i vascelli alle spalle in cerca di un approdo che sia ancora governativo e per l’ex avvocato del popolo di nuovo a palazzo Chigi. Forse sono miraggi, forse sono solo chimere. Però è indubbio che le nuances, le voglie, le posture, i linguaggi e chissà se pure le idee di Conte sono diverse, in taluni casi diversissime da quelle del Fondatore del MoVimento. E al dunque, invece di ingaggiare una sfiancante lotta per la sintesi di posizioni distanti e magari perfino inconciliabili, non è meglio lasciare tutto e creare un nuovo inizio? Ipotesi affascinante ma tutta da verificare.

Conte senza MoVimento può essere un’anatra zoppa, piena di velleità e scarsa di voti. Chissà se vale davvero la pena rischiare. Non basta. Se vogliamo proseguire su questa strada, c’è anche un altro ossimoro da verificare. Se ciò possa esistere un berlusconismo senza Berlusconi. Qui la risposta potrebbe essere più facile. Perché il berlusconismo senza Cavaliere per sopravvivere sceglie l’inclusivitá, l’accorpamento, la fusione. Tutto il contrario di Grillo e di Conte. A ben vedere, è l’ultima lezione che il Signore di Arcore può dare a chi lo amato e a chi lo ha odiato con pari intensità.


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