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L'istituto "Lucrezia della Valle" di Cosenza

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SOSTIENE Rossana Perri, dirigente da otto mesi dell’istituto “Lucrezia Della Valle”, che l’obbligo per studenti e studentesse di indossare la divisa «non [le] dispiacerebbe».

A una settimana dalla vicenda che ha coinvolto la sua vice, un’allieva e un paio di jeans, questo giornale entra nelle aule dell’edificio di piazza Giovanni Amendola, «la cui prima pietra – si legge sul sito ufficiale della scuola – venne posta nel marzo del 1939 da Benito Mussolini», per comprendere cosa stia accadendo. Ma alle domande risponde esclusivamente Perri: la vicepreside, protagonista principale della storia in quanto “applicatrice” dello scotch sulla parte di pelle lasciata scoperta dai pantaloni dell’alunna, «è in ferie, causa impegni pregressi», nella terra, in base a quanto si apprende, dove Damasceno Monteiro non aveva bisogno di vestirsi.

La dirigente Rossana Perri

«Sì, la divisa a scuola – ribadisce Perri – non mi dispiacerebbe affatto. Io sono per il bon ton, oltre che della generazione dei grembiuli; grembiuli che trovo estremamente democratici perché azzerano le differenze economiche. Tuttavia – aggiunge la dirigente – mi rendo conto che l’idea dell’uniforme tra i banchi possa essere introdotta solo e soltanto qualora partisse spontaneamente dai ragazzi, i quali, qui al “Lucrezia Della Valle”, sono liberi di vestirsi come meglio credono, ma devono rispettare la regola sul decoro».

Perché sì, in questa scuola, dove mentre si è ricevuti nella stanza di presidenza l’orchestra sta provando il “tema di Deborah” firmato Ennio Morricone, è in vigore un regolamento dell’anno scolastico 2013-2014 che all’articolo 11 lettera a stabilisce, senza prevedere eventuali sanzioni, che «sia all’interno che nelle adiacenze della scuola gli studenti devono attenersi a espressioni gestuali e verbali corrette e devono conformare il proprio abbigliamento a principi di elementare decoro». Decoro che poi è come la “diligenza del buon padre di famiglia”: una formula, direbbe anche l’aspirante giurista al primo anno di università, troppo ampia e assai discrezionale per mettere tutti d’accordo. Senza interpellare Lina Sotis o Stefano Gabbana (lo stilista che replicò alle critiche pro-ambientaliste di una nota trasmissione tv chiosando: «Non sapete cosa sia il lusso!»), si capisce dunque che la vicenda non rappresenti una mera polemica sui centimetri di stoffa mancante, quanto abbia a che fare coi concetti più profondi di libertà d’espressione e rispetto.

«Posso garantire – afferma la dirigente – che nella scuola continua a esserci un’atmosfera libera. E poi il nastro adesivo della vicepreside su quegli squarci esasperati è stato semplicemente un gesto materno, una pratica già consolidata, in pieno stile goliardico nell’istituto. Tra l’altro – aggiunge Perri – prima dell’applicazione la famiglia della studentessa è stata avvertita e, a seguito del fatto, genitori e figlia stessa hanno mostrato d’esserne d’accordo».

Piena solidarietà, pertanto, alla collega e nessun provvedimento di richiamo. «Di solito – dice ancora Rossana Perri – quando i ragazzi non si presentano in modo consono a lezione gli forniamo magliette e pantaloni sigillati, cosicché si possano cambiare: sfortunatamente quel giorno non ne avevamo a disposizione, per cui si è sollevato un polverone. Abbiamo comunque ricevuto tantissima solidarietà e la notizia – prosegue – della circolare che vietava qualsiasi tipo di manifestazione è assolutamente falsa: ripeto, questo è un ambiente libero, gli allievi portano i capelli color arcobaleno, e abbiamo persino autorizzato i ragazzi, nelle settimane scorse, a organizzare una sorta di fashion week, in cui presentarsi vestiti a tema, per esempio prendendo spunto dai personaggi dei film, a patto che non si trattasse di abiti trasparenti, attillati o succinti».

Con la quasi consapevolezza che nessuno degli allievi abbia scelto il celebre vestito bianco di Marilyn per evitare lo spreco di nastro isolante su eventuali tombini, un’ultima domanda alla preside le si deve rivolgere. «Se la vicenda dovesse ripetersi, come ci comporteremmo? Ci appelleremmo – risponde Perri – nuovamente al decoro, ma, visti gli eventi e il sovraccarico di significati attribuitigli, il nastro adesivo anche no». I colossi dello scotch se ne rammaricano, ma forse non mirava a questo il Fronte cosentino della gioventù comunista che ha sollevato per primo il caso.

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