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Dissesto idrogeologico: «In Calabria piano di assetto vecchio di 20 anni»

COSENZA – «La Calabria? Sicuramente rientra tra le aree più vulnerabili d’Italia. Lo testimonia la sua morfologia, insieme a una manifesta mancanza di interventi organici strumentali a mettere in sicurezza le persone». Pasquale Versace, professore emerito dell’Unical nonché ingegnere idraulico, commenta le drammatiche vicende avvenute nei giorni scorsi nelle Marche e parla pure dei possibili rischi per il dissesto idrogeologico nella Punta dello Stivale.

«Ciò che è accaduto nelle Marche – continua il docente –, la terribile bomba d’acqua che ha provocato diverse vittime, potrebbe verificarsi su tutto il territorio italiano, anzi su quello calabrese fenomeni analoghi si sono già verificati: basti pensare alla tragedia del Raganello o alle esondazioni di Maida degli anni passati. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole – dice ancora Versace –, è solo che oggi i cambiamenti climatici incrementano il numero degli eventi in questione».

Cosa fare dunque? «Non ripetiamo gli errori del passato – risponde l’emerito – Non costruiamo in zone soggette a inondazioni (lo sono particolarmente le città di Reggio, Cosenza e Crotone), né in quelle dove le frane potrebbero avvenire con frequenza (in questo caso parliamo principalmente dell’Aspromonte e del Catanzarese). Abbiamo bisogno – prosegue Versace – di interventi sistematici: d’altronde le risorse ci sono, ci sono state. E sono più di 20 anni che la Calabria ha, nonostante qualche aggiornamento, lo stesso piano di assetto idrogeologico; in riferimento a quest’ultimo, ecco, chiediamoci se non ci sia bisogno di colmarne le eventuali lacune, di individuare ulteriori zone a rischio».

Pertanto, a fronte delle parole dell’esperto sul dissesto idrogeologico, la Calabria è in bilico. Se da un lato, in riferimento ai fenomeni naturali considerati, la responsabilità dell’uomo non c’entra, dall’altro è importante che, gli stessi uomini, non aggravino la situazione. «Questa regione – prosegue Pasquale Versace –, come dicevamo, deve fare i conti con una struttura geologica particolare: è un pezzo di Liguria che nel tempo si è mossa, andando alla deriva e restando composta da almeno 5 zolle, i cui punti di contatto rendono il territorio fragile. In più – chiosa –, la Calabria ha un tipo di terreno che, per varie cause, ha subito troppe trasformazioni e indebolimenti; e le montagne vicino al mare vanno a creare corsi d’acqua su cui si scaricano i materiali della terra: in caso di piene, gli alvei, ristretti, non riescono a contenerle».

«A fronte, quindi – sottolinea il professore –, di tale “sfortunata” morfologia, non ci si può, come probabilmente fatto in passato, voltare dall’altra parte, ma, al contrario, si deve prevedere un piano di interventi seri. Il sistema di Protezione civile c’è, funziona bene, ma oltre ad allertare, che può fare? La prevenzione deve necessariamente passare – conclude – dalla memoria dei tempi trascorsi, quelli contrassegnati da errori e abusivismi, e puntare realmente ad attività, azioni e programmi che mettano al centro le risorse e le persone».

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