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COSENZA – Sono canti di lotta e di amore quelli che Ibrahim Diabate, mediatore culturale di Mediterranean Hope, continua a raccogliere nel suo taccuino. Versi e strofe che raccontano l’impegno contro lo sfruttamento riservato ai braccianti stranieri e italiani, ma anche l’attaccamento ai valori della solidarietà, del rispetto e della dignità in nome dei quali l’ivoriano, classe 1968, lotta quotidianamente per stare accanto ai più fragili. «La prima poesia la scrissi nel 2010, a Taurianova. Avevo lavorato dalle 5 del mattino fino all’1 di notte senza ricevere alcuna paga: quando lasciai il campo per rientrare nel ghetto, mi misi a piangere. Quelle lacrime erano parole. Così presi una penna e un foglio e iniziai a dare semplicemente voce alle mie emozioni», racconta Diabate che di poesie finora ne ha scritte oltre un centinaio. Alcune sono state già pubblicate a cura di Libereria in un’apposita raccolta, altre entreranno a far parte del secondo volume in via di ultimazione.

Dove va il mondo?, si chiede in uno dei suoi bellissimi testi il professionista arrivato in Italia nel 2009, sebbene «non via mare – precisa – ma attraverso un normale visto». Dunque, mentre cerca di rispondere alla sua stessa domanda, Ibrahim Diabate si rimbocca le maniche e cerca di trasformarlo, il mondo, in un posto più umano, più accogliente, più inclusivo. «Quando arrivai – spiega ancora Diabate – mi stabilizzai a Treviso: trovai lavoro in una fabbrica che dopo poco fallì; pertanto, senza più un’occupazione fui costretto a lavorare come bracciante in un campo agricolo. Venni sfruttato e malpagato perché straniero, nero e senza alternative. Tra l’altro – continua – fui addirittura fortunato: io avevo un contratto regolare, molti miei amici, invece, neanche quello. E nonostante tutto lavoravano, come me, tutto il giorno, senza acqua, senza cibo, senza forze».

È in questo contesto che Diabate inizia a porsi interrogativi necessari, relativamente alle proprie condizioni di vita, e ad entrare nelle reti associative volte alla tutela e alla salvaguardia dei diritti dei migranti. «Fu a Saluzzo, mentre mi battevo per le nostre prerogative – aggiunge Ibrahim Diabate -, che venni a conoscenza delle rivolte dei compagni di Rosarno, dove mi recai immediatamente. A Rosarno, nella Piana, dove ancora esistono i ghetti e dove ancora esiste lo sfruttamento, ho contribuito a fondare Sos Rosarno, l’associazione che riunisce piccoli contadini, pastori e produttori agrocaseari, braccianti immigrati e attivisti, oltre che piccoli artigiani e operatori di turismo responsabile, per praticare la cultura della solidarietà, del rispetto reciproco e della non violenza, perseguire l’uguaglianza e la giustizia sociale».

Con Sos Rosarno, più in particolare, è stata, quindi, realizzata una vera e propria rete di produzione agrumicola e olivicola, secondo criteri di agricoltura biologica e con la garanzia di regolare assunzione dei lavoratori. «L’associazione – specifica Diabate – non svolge mediazione commerciale, ma solo attività di coordinamento e promozione, soprattutto presso i Gruppi d’acquisto solidali e le Botteghe EquoSolidali di tutta Italia, garantendo che i produttori aderenti rispettino tutti i principi e le condizioni del progetto e, ancora, mettendo in contatto diretto i gruppi d’acquisto con i produttori. Attraverso la vendita dei prodotti a un prezzo equo, che vuol dire superiore a quelli di mercato imposti dalla grande distribuzione organizzata, si garantisce, pertanto, una equa retribuzione ai lavoratori e una giusta remunerazione ai produttori, creando un piccolo esempio vivente di una possibile alternativa economica per la Calabria».

Ma non finisce qui. Ulteriori le iniziative a cui il mediatore ha dato vita nel corso del tempo per dare aiuto e sostegno ai braccianti dei ghetti. «Non solo l’ostello per i lavoratori dei campi, ma anche il progetto, ideato insieme a Francesco Piobbichi di Mediterranean Hope, intitolato “Luci su Rosarno”: in pratica – spiega – abbiamo illuminato le strade buie del paese, cercando di ridurre gli incidenti mortali in cui vengono coinvolti giornalmente i braccianti agricoli che escono all’alba e rientrano tardissimo nel ghetto, a causa di orari disumani. Distribuiamo, tra l’altro, anche pettorine catarinfrangenti. In altre parole, fare questo lavoro non significa solo essere sfruttati da un punto di vista retributivo, ma significa anche e soprattutto rischiare quotidianamente la propria vita».

Lo sfruttamento nei campi calabresi esiste, insomma, tuttora. «Certo – specifica Ibrahim Diabate – le sue forme sono cambiate: prima non avevamo contratto, ora il contratto c’è, o meglio c’è una dichiarazione di contratto. In dieci anni, inoltre, le paghe sono aumentate dai 25 euro per 10 ore di lavoro a 35 euro per lo stesso tempo, ma non ci sono tutele, non si può chiedere la disoccupazione, e alla fine si lavora di più di quanto stabilito: se non finisci di caricare il camion, è inutile che tu chieda di andar via». Situazioni, di conseguenza, limite, che nulla hanno a che fare col rispetto dell’umanità. «Più hai bisogno di soldi, più vieni sfruttato – chiosa Diabate – non è giusto, questa non è giustizia sociale. Ma credo, purtroppo, che la politica voglia che le cose continuino ad andare così. Non è possibile che nel 2023 ci sia gente, e non parlo di stranieri soltanto, che muore di fame, o che viene lasciata morire in mare. Quest’ultima, certo, è la soluzione più “economica” rispetto a strategie di accoglienza e inclusione».

Nonostante le parole amare, Ibrahim Diabate non perde, tuttavia, la speranza. «Io continuerò a battermi per i miei fratelli, africani come me e italiani come me. Siamo tutti uguali». Tutti uguali e con gli stessi diritti. Con la stessa voce che si fa tutt’uno coi canti di lotta e di amore messi nero su bianco in quel taccuino che apre squarci sull’indifferenza del mondo.

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