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Elly Schlein

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Le opposizioni hanno presentato una proposta che, in un colpo solo, dovrebbe modificare le diseguaglianze sul lavoro e cancellare la piaga del lavoro ‘povero’. Per Elly Schlein il salario minimo rientra tra le tre sfide principali: lavoro, ambiente e lotta alle diseguaglianze. Forse un’idea ammuffita che il compito principale della sinistra sia solo quello di occuparsi della redistribuzione, lasciando ad altri il compito di far crescere la produzione?

Dopo alcuni mesi di rodaggio, Elly Schlein sembra aver partorito finalmente la madre di tutte le battaglie del nuovo campo largo della sinistra. Nei giorni scorsi, le opposizioni hanno presentato una proposta sul salario minimo che, in un colpo solo, dovrebbe modificare le diseguaglianze sul lavoro e cancellare la piaga del lavoro ‘povero’.

In questo modo, la segretaria del Pd ritiene di aver finalmente focalizzato l’obiettivo capace di realizzare le promesse del suo mandato, centrato su tre sfide principali: lavoro, ambiente e lotta alle diseguaglianze. Per una leader desiderosa di qualificarsi quasi esclusivamente come vendicatrice dei diseredati, dei marginali e delle minoranze, ecco finalmente una bella battaglia identitaria per una sinistra in cerca di sé stessa e della sua relazione speciale (presunta, ma perduta) con il popolo.

Di più, nella prospettiva lanciata dal Nazareno, il salario minimo rappresenta anche l’idea chiave per riscoprire una forza egemonica sulle forze di opposizione nonché la calamita che potrebbe attirare di nuovo verso sé consensi e alleanze.

Salario minimo, la speranza di Conte

Dopo il successo elettorale del reddito di cittadinanza pentastellato nel 2018 (invenzione della premiata ditta di Beppe Grillo) e l’annuncio dell’abolizione della povertà dai balconi di Palazzo Chigi (ricordate un raggiante Luigi Di Maio?), anche Giuseppe Conte spera, con la proposta del salario minimo, di rinverdire quei fasti, risalendo da qual precipizio di voti che vede il M5s sempre più marginale. In effetti, se davvero ci fossero le condizioni di cinque anni fa, la scommessa di fare del salario minimo il nuovo reddito di cittadinanza da lanciare in pasto agli elettori potrebbe avere qualche chance.

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I numerosi problemi del salario minimo

Ma c’è da dubitarne. Non solo perché la storia non si ripropone mai uguale a se stessa. Piuttosto perché il salario minimo pone numerosi problemi tecnici (e politici). I partiti di opposizione (ad esclusione di Italia Viva) hanno trovato un accordo sulla base dei 9 euro lordi l’ora applicabili in tutta Italia. In questo modo, però, come ricorda bene sul suo sito il giuslavorista Pietro Ichino, la proposta non affronta e rimanda la questione degli squilibri interregionali di produttività del lavoro e di costo della vita, che in Italia pesano parecchio.

Basti ricordare che i dipendenti delle aziende industriali – dove gli adeguamenti alla proposta di salario minimo a 9 euro sarebbero minimi – lavorano soprattutto nelle imprese del Centro-Nord, dove la produttività media del lavoro è più alta e il costo della vita è più elevato. Viceversa, i settori dove l’impatto della proposta sarebbe maggiore sono quelli del terziario e dell’agricoltura, più diffusi nel paese, ma che nel Sud diventano preponderanti e devono competere con il lavoro irregolare. In più, nel Mezzogiorno il costo della vita è più basso. In sostanza, se si dimentica di commisurare gli standard retributivi al costo della vita effettivo nelle regioni italiane c’è il rischio di sbagliare due volte: sia al Nord, dove i salari sarebbero troppo bassi, sia al Sud, dove invece sarebbero troppo alti. Facile immaginare quali effetti distorsivi potrebbe avere un siffatto sistema.

Il salario minimo di Schlein potrebbe creare più guai di quelli che vorrebbe risolvere

In più, come ricorda il deputato di Iv Luigi Marattin, la cifra di 9 euro lordi l’ora non è riferita alla retribuzione complessiva ma al minimo tabellare. Il che significa che va sommata alle altre componenti della busta paga con la conseguenza di arrivare ad un livello che sarebbe tra i più alti del mondo occidentale. E se si fissa un salario minimo troppo alto il risultato finale è inevitabile: un eccesso di offerta. Che sul mercato del lavoro crea, alla fine, il paradosso di un aumento della disoccupazione.

Queste brevi considerazioni spiegano bene il rischio che una proposta senz’altro utile come il salario minimo, se lanciata nel dibattito in modo superficiale e approssimativo, rischia di creare più guai di quelli che vorrebbe risolvere. E qui si torna al solito ritornello del Pd, un partito che, da quando ha deciso di rinnegare una pur valida azione amministrativa (basti pensare al Jobs Act), passando dalla vocazione di governo alla vocazione identitaria, si è impelagato nelle suggestioni massimaliste e astratte che dovrebbero apparentemente descriverne meglio la fisionomia ma che in realtà lo condannano all’inutilità.

Scarsa dinamica dei salari e mancato incontro tra domanda e offerta

A tutto questo si aggiungano almeno due problemi che la sinistra non riesce ancora ad affrontare, a dispetto della proclamata volontà di tornare a difendere il lavoro. Il primo è la scarsa dinamica dei salari che il salario minimo può affrontare solo in piccola parte e che richiede piuttosto un sistema di tassazione negativa, per esempio favorendo l’accesso al lavoro e la retribuzione eguale delle donne. Il secondo è il mancato incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro, con la conseguenza che i lavoratori non sono adeguatamente preparati per rispondere alle esigenze del mercato e il bisogno di collaboratori qualificati da parte delle aziende resta senza risposta.

Anni fa il Jobs Act aveva inaugurato un orientamento concreto per la soluzione di questi problemi che però non ha avuto seguito pure per il fatto che il Pd, a un certo punto, ha cominciato a vergognarsene. Elly Schlein è una perfetta erede di questo malinteso senso di vergogna che oggi retrocede il Pd a posizioni di sinistra identitaria e disincarnata dalla realtà. Invece di assecondare la mobilità della società aperta e coltivare le competenze dei lavoratori per incrociare le esigenze del mercato con quelle dell’emancipazione dei singoli, il Pd rischia di trincerarsi nella vecchia rigidità che trova sicurezze solo nella pianificazione dall’alto e negli strumenti standardizzati e inutilmente uguali per tutti. Abbondante disinteresse, viceversa, per i processi reali.

L’idea ammuffita del Pd: lotta alle diseguaglianze fregandosene della crescita

Alla fine, la base di questa impostazione del ‘nuovo’ Pd di Elly Schlein (che tanto sa di antico, purtroppo) è l’idea ammuffita che il compito principale della sinistra sia solo quello di occuparsi della redistribuzione, lasciando ad altri il compito di far crescere la produzione. O, in altri termini, che sia compito di un partito di sinistra promuovere lo sviluppo sostenibile e lottare contro le diseguaglianze, fregandosene della crescita.

Viceversa, occuparsi della crescita fin dalla sua concezione (per esempio: aumento della produttività da cui deriva anche l’aumento dell’occupazione e dei salari), senza ridursi soltanto a mettere le pezze della mano pubblica quando periodicamente il sistema capitalistico va in crisi, è esattamente ciò che distingue una sinistra di governo da una sinistra residuale che non serve a nessuno. Men che meno ai lavoratori.


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