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LA CRONACA è ormai dominata da episodi di violenza agìta da giovani e giovanissimi con l’uso di armi. Contemporaneamente si allarga la diffusione di ogni tipo di droga senza limiti di target di ceto o di età, dal consumo allo spaccio, come epifenomeno di un cancro sociale radicato. Tutti i casi sono emblematici e la loro crescita è stata esponenziale e drammatica. Inoltre il connubio armi-droga è tanto devastante quanto pervasivo, c’è un nesso di causa effetto sull’azione violenta ma anche un rapporto di interesse economico che unisce i due fenomeni: a diversi livelli di incidenza con il denaro si vende la vita e si compra la morte.

Quali strategie sono necessarie per arrestare questo coinvolgimento? Dalla più grande democrazia occidentale ai Paesi delle guerre la risposta è una sola: investire nella scuola, nell’istruzione, nell’educazione. Perseguire le vie della pace, della tolleranza, della legalità. Questo implica una radicale e profonda riflessione sulla modernizzazione dei sistemi scolastici, dagli investimenti sulla ricerca educativa, alle risorse umane e alle dotazioni organiche e strumentali di cui fornire gli istituti scolastici. L’esponenziale disponibilità di armi usate dai giovani è alimentata da interessi commerciali, da consuetudini importate da altri Paesi ma ci sono tuttavia diversi indicatori che confermano una deriva di sovraesposizione verso il pericolo di comportamenti individuali ma “orientanti” anche nel gruppo, indirizzati a episodi di violenza o da essa condizionati. I social ne sono diventati l’archivio e il megafono. Armi giocattolo, giochi militari, coltelli, abbigliamenti bellici, oggetti di uso offensivo costituiscono materia di aspirazioni prevalenti, fin dalla più tenera età.

L’influenza dei programmi televisivi improntati alla violenza come prassi abituale e trama di comportamenti ricorrenti è pressante, pervasiva, pedagogicamente negativa: l’utenza di questi programmi – dai cartoni animati ai talk-show ai film d’azione, di guerra, di narrazione di profili criminali spazia per età e genere, dai bambini e le bambine della scuola dell’infanzia agli adolescenti delle scuole secondarie di secondo grado. L’introduzione delle fasce protette non è deterrente sufficientemente dissuasivo poiché il leit-motiv è sempre quello della violenza come prevalente modello antropologico-comportamentale: un modello idealizzato e reso vincente, nella ostentazione della forza come strumento di emergenza sociale, di successo tra i pari, di risoluzione di problemi esistenziali aggravati da stati confusivi o da alterazioni che sfociano in una violenza distruttiva. La ricaduta di questi modelli, specialmente attraverso i social è devastante: nelle relazioni affettive che esprimono una desolante anaffettività, nella guida su strada, nella ribellione verso l’autorità scolastica, nelle pulsioni dovute a stati di allucinazione: il connubio armi-droga e l’utilizzo di mezzi tecnologici o strumenti informatici esprimono il venir meno della capacità di dominio di sé. Afferrare un coltello e colpire la vittima “fino a non sentirla più respirare” (è l’agghiacciante confessione del delitto di Primavalle a Roma) o massacrarla di calci e pugni fino alla morte. Episodi di violenza senza pregiudizialmente considerare azioni che passano dalle relazioni pacifiche e positive, dall’interlocuzione, al dialogo: la droga porta allo sballo estremo, offusca la mente, induce uno stato di alterità incontrollabile. Una immedesimazione negativa che genera peraltro solitudini siderali tra le giovani generazioni.

Una dittatura può imporre il deterrente di una “pedagogia sociale” coercitiva, una democrazia non lo può fare. Non è difficile immaginare l’influenza degli interessi commerciali e industriali che sottende e ispira questi filoni e queste trame narrative, dove il prossimo è sempre antagonista, nemico da battere, fino alla sua eliminazione fisica, con una reiterazione ed una disinvoltura veramente raccapriccianti. Per non parlare delle insidie del web e di tutta quella cultura virtuale, libera e disinvolta (nei temi e nei linguaggi) che vi circola e che coinvolge i minori con una crescita esponenziale e drammatica. Non c’è più tempo da perdere: occorre un forte recupero di senso di responsabilità collettiva, bisogna che qualcuno abbia il coraggio di spezzare queste spirali perverse, ricominciando a parlare di senso del dovere, di rispetto, di dignità, di cultura come strumenti di emancipazione sociale e di crescita e formazione individuale, ripristinando il concetto del “limite invalicabile”. Per contrastare la violenza minorile bisogna scoprirla e intercettarla alle origini e intervenire con tempestività.

L’esperienza giudiziaria insegna che gran parte dei minori che esplicitano comportamenti aggressivi assistono direttamente a violenze in famiglia. Questo è un compito che deve passare attraverso la scuola come principale “agenzia” di educazione alla pace, a cominciare dai rapporti ‘con’ e ‘tra’ gli alunni e dalle relazioni con le famiglie. Una scuola che sappia risolutamente indicare modelli educativi che portino al bene comune, al rispetto del prossimo, alla tolleranza, alla legalità dovrebbe impostare – accanto al compito della trasmissione dei saperi e alla sollecitazione verso la cultura come fattore generativo di crescita intellettiva, cognitiva e comportamentale – una solida educazione sentimentale. E’ necessario far leva sul controllo e sul corretto indirizzo dell’emotività, sull’uso del pensiero critico, sull’abitudine alla riflessione come premessa di ogni azione o comportamento, specie in ambito relazionale. Occorre per questo una stretta collaborazione e una solidale condivisione di intenti tra famiglia e scuola. Istruzione e poi ancora istruzione, educazione, scuola pubblica come investimento a favore delle giovani generazioni, garanzia del diritto allo studio, uguaglianza delle opportunità di partenza e compensazione delle difficoltà in itinere, percorsi formativi individualizzati per favorire la massimizzazione delle potenzialità di ciascuno, affinché vengano rimosse le cause di rischio educativo e di disagio scolastico.

Crescere in cultura per un Paese significa sviluppare la potenzialità insite in ciascun individuo, non lasciare che nessuno si perda per strada o ne imbocchi una sbagliata, mettere la persona al centro dei propri interessi, emancipare i valori del confronto, della condivisione e della solidarietà. Queste sono le armi pacifiche con cui combattere e auspicabilmente sconfiggere i mali dell’emarginazione, della solitudine, della povertà materiale e spirituale, degli episodi di violenza che affliggono gli adolescenti del nostro tempo, siano essi vittime o purtroppo – sempre più spesso – carnefici.


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