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Il rischio più grosso è quello di sostituire la soddisfazione clientelare degli appetiti elettorali con la demagogia. Perché questa operazione politica è una roba che cade addosso a governo e opposizioni. Sostituire le impossibili mance elettorali con dosi massicce di demagogia ha l’unico effetto concreto di togliere ogni residua credibilità alla politica italiana convincendo tutti che è ridotta per sempre a un gioco al massacro. Non è possibile andare avanti inventandosi slogan, ma solo facendo qualcosa di serio. Esattamente come ha fatto Fitto con l’operazione verità sul Pnrr avendo tutti contro ma dimostrando di avere ragione lui.

DAI conti pubblici l’autunno della verità. Abbiamo titolato così ieri perché fosse chiaro a tutti che con la nuova legge di bilancio il governo Meloni non ha deficit o extragettiti da inflazione da usare per soddisfare questo o quello degli appetiti più o meno elettorali che sicuramente si manifesteranno alla vigilia delle elezioni politiche europee. Sarà già piuttosto complicato reperire i 30 miliardi indispensabili per confermare il taglio del cuneo fiscale, fronteggiare le necessità di sanità, contratti pubblici e tutto ciò che appartiene alle cosiddette spese indifferibili. Onorare questi impegni e ridurre sia pure di pochissimo (0,7%) il rapporto debito/Pil nonostante un’economia che corre più delle altre è già un’impresa di qualche difficoltà che verrà comunque certamente realizzata perché si parte da una previsione sotto stimata di crescita del prodotto interno lordo (Pil) che aiuta a fare la quadratura del cerchio.

Quello che rende più complicata la situazione per il 2024 è che si inizia da una previsione di crescita (+1,5%) che la situazione di contesto globale con il tema non risolto dell’inflazione e quella interna zavorrata da 20 miliardi l’anno di eredità da superbonus verrà preliminarmente ritenuta problematica dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb) e da tutti i previsori. A nostro avviso le cose continueranno ad andare meglio del previsto perché tutti continuano a sottovalutare l’apporto del Mezzogiorno che dopo un’eternità è tornato a fare crescita e occupazione addirittura di livello superiore al Nord rispetto al 2020 ovviamente in termini relativi.

Purtroppo, però, la realtà è che gli indicatori posti alla base della nota di aggiornamento del documento di economia e finanza (Nadef) sono altri e dicono con chiarezza che il vincolo di fare scendere il rapporto debito/Pil chiude gli spazi di manovra e toglie la possibilità di creare nuovo deficit o di usufruire di extragettiti che non ci sono più. Il punto su cui verremo giudicati fuori casa è, però, squisitamente politico. Il tema su cui i mercati e le istituzioni europee ci giudicheranno riguarda un solo fatto: quanto la grande incognita pre-elettorale peserà sulla legge di bilancio. I partiti devono trovare alternative che non possono essere la giustizia tirata ogni giorno in un angolo nuovo o la lotta contro gli scafisti o altre invenzioni fiscali o di altro tipo del consueto dibattito della finzione.

Visto che non si possono dare mance elettorali, il rischio più grosso è quello di sostituirle con la demagogia. Perché questa operazione politica è una roba che ti cade inevitabilmente addosso sia che ti trovi al governo sia che ti trovi all’opposizione. Sostituire le impossibili mance elettorali con dosi più o meno massicce di demagogia avrebbe l’unico effetto concreto di togliere ogni residua credibilità alla politica italiana convincendo tutti, proprio tutti, che è ridotta per sempre a un gioco al massacro. Non è più possibile andare avanti inventandosi slogan, ma solo facendo qualcosa di serio. La vera sfida sono le riforme, ovviamente non quelle demagogiche che sono addirittura un boomerang. Bisogna inventarsi le riforme possibili che sono quelle su cui la gente ti viene dietro. Questo discorso sulla tassazione del lavoro povero esprime un contenuto perché c’è un problema reale di lavoro povero. Il problema dei trasporti esiste, eccome se esiste, non ci si può più permettere di continuare a ignorarlo evitando di mettere in campo soluzioni razionali in termini di concorrenza e di offerta dei servizi.

Mettere bene a regime gli investimenti del Piano nazionale di ripresa e di resilienza (Pnrr) è di certo il problema fondamentale da risolvere perché coincide con la sfida capitale ultraventennale di questo Paese. C’è poi il problema della riforma della scuola e della sua attuazione che come in tutti i casi è più una questione di persone capaci di sbrogliare matasse che di risorse finanziarie che mancano. Certo che servono risorse, peraltro tra Pnrr e dintorni ci sono, ma molto dipende da noi e si può già fare. Chi se la sente di dire che la riforma della pubblica amministrazione è un problema di soldi? Sì, in parte lo è, certo, ma ancora prima è un problema di organizzazione, di idee e di capacità competitiva. Inutile stare lì a girarci troppo intorno.

Visto che non ci sono i soldi la battaglia va fatta su questo, non su altro e, tanto meno, sul solito sport nazionale di distribuire qualcosina a questa o quella corporazione. Anche perché questa volta si tratterebbe pure di fare finta. Perché di soldi non ce ne sono e non si possono fabbricare. La scappatoia della mancia non varrebbe più neppure a fini elettorali.


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