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Per calmierare i lunghi tempi d’accesso della sanità lucana e liste d’attesa, in Basilicata si prova a intervenire a monte, riducendo il numero di prestazioni da effettuare.

POTENZA – Dagli ambulatori aperti nottetempo annunciati dall’ex assessore regionale alla Salute, Rocco Leone (FdI), alle minacce a medici di base e specialisti che dovessero richiedere accertamenti superflui.

E’ questo il nuovo corso della lotta alle liste d’attesa nella sanità lucana, inaugurato nelle ultime settimane dall’attuale assessore regionale alla Salute, Francesco Fanelli (Lega). Un cambio radicale di prospettiva a cui l’Azienda ospedaliera regionale San Carlo e l’Azienda sanitaria di Matera hanno già dato seguito. Non senza un primo strascico polemico materano per l’esclusione dal “Tavolo di monitoraggio dei tempi di attesa” appena istituito di una rappresentanza di medici di base e pediatri di libera scelta.

Vale a dire delle vittime annunciate dell’iniziativa appena avviata da via Verrastro per calmierare i tempi di accesso a prestazioni sanitarie specialistiche di vario tipo. Provando a intervenire, a monte, sul numero delle prestazioni da effettuare, piuttosto che, a valle, sul numero di medici e ambulatori disponibili e i rispettivi orari di lavoro.

Giusto il contrario, insomma, di quanto sperimentato nel 2019 all’interno dell’Azienda ospedaliera San Carlo, quando l’allora direttore generale Massimo Barresi bloccò l’attività extra, in regime di intra moenia, dei medici dei reparti con le liste d’attesa più lunghe, per spronarli a ridurle a un livello accettabile.

Secondo chi è addentro alla materia, a far propendere per un intervento sulla domanda di prestazioni sanitarie sarebbe stata la constatazione di alcune cifre difficili da spiegare. Come le 100mila tac che sarebbero state effettuate in un anno in regione: quasi che un lucano su cinque abbia avuto a che fare con problemi sanitari di un certo rilievo in appena 12 mesi. Inclusi bambini e adolescenti.

Sanità lucana, la proposta di provvedimenti per medici che prescrivono prestazioni non necessarie

Di qui l’indicazione specifica tra i compiti dei tavoli di monitoraggio istituiti nelle varie aziende sanitarie regionali dell’effettuazione di accertamenti sull’«appropriatezza prescrittiva», e dell’organizzazione di attività di «formazione/informazione destinate ai prescrittori al fine di garantire una effettiva omogeneità prescrittiva».

Ma anche della proposta di «provvedimenti di tipo amministrativo» nei confronti di chi dovesse aver disposto prestazioni non necessarie per i suoi pazienti. Vuoi per ragioni di “medicina difensiva”, legate al timore di vedersi accusato di negligenza in caso di complicazioni. Vuoi per uno scrupolo infondato.

Gli «indizzi strategici» emanati da via Verrastro parlano esplicitamente della «sospensione dell’attività prescrittiva, da applicare sia in caso di mancata adesione ai percorsi assistenziali, sia laddove si verifichino episodi ripetuti e non motivati di prescrizione di prestazioni non appropriate».

Nei prossimi mesi, quindi, ci sarà da capire se alle minacce seguiranno anche i fatti, e che ricadute avranno gli strumenti messi in campo dalla Regione. D’altro canto quello dell’appropriatezza delle cure è un principio che informa da sempre un sistema sanitario pubblico come quello italiano. E già esistono strumenti per contrastare eventuali eccessi, come l’obbligo di segnalazione all’azienda sanitaria di riferimento dei medici dalla ricetta facile in capo allo specialista che dovesse trovarsi di fronte a un paziente con una prescrizione per una prestazione sanitaria inutile.

La carenza di medici

Solo che di provvedimenti conseguenti da parte delle aziende sanitarie se ne sono visti ben pochi. Anche in considerazione degli straordinari a cui sono quotidianamente costretti soprattutto medici di base e pediatri di libera scelta. Per andare incontro alle esigenze dei loro pazienti e alle altre mancanze del sistema sanitario nel suo complesso.

Il primo appuntamento per una verifica sui risultati conseguiti dovrebbe essere a ottobre, con la trasmissione al Dipartimento salute della Regione di «una relazione di dettaglio sulle attività di verifica». E solo allora si vedrà.

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