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IL FEROCE attacco terroristico di Hamas ha inflitto ai cittadini di Israele orrori analoghi, e in qualche caso peggiori, a quelli commessi da altre organizzazioni terroristiche fondamentaliste come l’Isis o Boko Haram. Ora che lo Stato israeliano ha ripreso il pieno controllo di tutto il suo territorio esso ha il diritto e il dovere di cercare di sradicare tale minaccia. Il problema è come.

L’attacco terrorista è stato preparato a Gaza e condotto a partire da quel territorio: è quindi inevitabile che la reazione di Israele si concentri, almeno inizialmente, in quest’area. Più tardi bisognerà anche pensare agli alleati e agli sponsor dei terroristi. Il problema di Israele è nella asimmetria delle aspettative. L’attacco terrorista ha ignorato e violato ogni principio legale o morale. La risposta israeliana è condizionata dal rispetto delle sue stesse leggi e regole, tanto più se ad agire sono le sue Forze armate. Questa asimmetria si traduce spesso nella indicazione di “linee rosse”, limiti posti all’azione, che non devono essere superati. Spesso sono stati gli stessi alleati di Israele a tracciare tali linee e a esercitare pressioni perché venissero rispettate.

Oggi, però, è impossibile, di fronte all’orrore, arrogarsi il diritto di tracciare tali linee: gli unici che possono farlo sono gli stessi israeliani. Sono loro che devono decidere fino a che punto spingere la logica dell’occhio per occhio.

L’ATTACCO DI ISRAELE E L’INFEZIONE DA BLOCCARE

Ma non basta: essi devono anche capire quale sia la strategia più efficace per sconfiggere i terroristi di Hamas. La pressione politica a dichiarare una nuova “guerra al terrore”, come fecero gli americani dopo l’11 settembre, è altissima, ma non è necessariamente la strada migliore. Intervenire a Gaza è certamente inevitabile, perché il grosso dei terroristi è in quell’area. Tuttavia occupare Gaza militarmente potrebbe rivelarsi un incubo e, d’altro canto, creare un’ennesima grande ondata di profughi sarebbe disastroso, se non altro perché questo, molto probabilmente, significherebbe anche disperdere cellule terroristiche nei Paesi di accoglienza, in una sorta di metastasi del terrore.

Hamas spera che il contrattacco israeliano possa suscitare la solidarietà da parte del mondo arabo contro Israele, allargando questa crisi al livello di guerra regionale e forse globale. Poiché, però, un simile sviluppo coinvolgerebbe necessariamente il resto del mondo, in questo caso l’intervento esterno è del tutto legittimo e, in qualche modo, anche necessario. Al di là delle scelte che farà Israele, quali che esse siano, il resto del mondo farebbe bene a concentrarsi sulla necessità di mantenere questa crisi entro gli attuali limiti geografici. Le linee rosse da tracciare sono quelle che devono bloccare la possibilità che gli attori più vicini ad Hamas, come per esempio l’Iran e Hezbollah o altri, possano intervenire nel conflitto.

Questo non dovrebbe essere tollerato, in nessun caso. Ci sarà certamente tempo, più in là, per discutere delle responsabilità e delle scelte politiche di Israele. Oggi la priorità è quella di riuscire a bloccare il dilagare dell’infezione.


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