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Giorgia Meloni

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Giusto ridurre del 5% la spesa di Stato e Regioni per tagliare le liste di attesa in ospedale. Lo si faccia con le detrazioni per coprire senza deficit parte del sostegno fiscale ai ceti deboli. Un orizzonte lungo lo può dare solo la premier con un ciclo di riforme e di tagli strutturali alla spesa che creino sicurezza e fiducia senza le quali la crescita va giù avvitando il Paese in una spirale negativa dentro un rallentamento globale di cui nessuno sa che cosa accadrà

Il coraggio che c’è e quello che manca. Ci vuole coraggio a continuare a stringere sulle pensioni, come ci chiede la Commissione europea nelle sue raccomandazioni specifiche e come è obbligatorio per un Paese che fa sempre meno figli e spende circa 350 miliardi l’anno per la previdenza che è pari a quasi il 17% del prodotto interno lordo ed è la quota di spesa più alta al mondo. Questo coraggio c’è stato e, anno dopo anno, si sta tornando verso la legge Fornero riducendo sempre più la fascia di deroghe arrivando di fatto a quota 104 con un forte disincentivo per quota 103, e si investe sulla demografia continuando a incentivare fiscalmente chi fa figli. La quota 41 dei comizi estivi è morta e sepolta, meno male.

C’è il coraggio di 5,5 miliardi di tagli alla spesa di ministeri, Regioni e Comuni che prendono tutti in contropiede e riguardano il conto corrente ma anche il fondo capitale non impegnato senza toccare tutto ciò che è Piano nazionale di ripresa e di resilienza, fondo di coesione e sviluppo e fondo complementare. Questa doppia scelta significa avere una rotta di investimenti su Ferrovie, Ponte sullo Stretto e grandi reti che punta finalmente a riunire le due Italie e lo fa con politiche anti-cicliche non finanziate in deficit. Questo coraggio riguarda pure rimodulazioni e altri accorgimenti e serve anche a tirare fuori altri 3 miliardi per la sanità con l’obiettivo unico sacrosanto di abbattere le liste di attesa soprattutto per i malati oncologici.

C’è il coraggio di avere fatto un falò di condoni, pace fiscale e amenità varie che incendiano i mercati vista la nostra situazione di debito pubblico e il contesto internazionale di estrema volatilità dei mercati. Diciamo che Salvini vince sulle cose serie (Ponte, Ferrovie) e perde sui soliti comizi estivi senza battere ciglio mentre lo dice il ministro dell’economia della Lega Giorgetti parlando a chi in questo Paese le tasse le paga e a chi ci osserva da fuori. Per la verità, sempre guardando all’Europa e ai mercati, Giorgetti fa di più e fa capire che la partita dell’adesione italiana al meccanismo europeo di stabilità (Mes) per la fine dell’anno è cosa fatta e questo per la nostra credibilità internazionale vale davvero parecchio.

C’è, invece, il coraggio mancato di avere lasciato in piedi un taglio al cuneo fiscale e alle due aliquote Irpef più basse che vale circa 15 miliardi cumulati dovendolo fare tutto in extradeficit. Non discutiamo la funzione anti-ciclica della decisione, peraltro siamo in questo caso davanti a un intervento più di sinistra che di destra che ci sta tutto per tutelare il potere di acquisto dei ceti deboli con il caro-inflazione, ma discutiamo il mancato sforzo da noi richiesto di tagliare subito una quota rilevante di detrazioni fiscali per fare la stessa manovra espansiva riducendo l’extradeficit che non ci segnala favorevolmente a chi deve comprare i nostri titoli pubblici per pagare stipendi e pensioni.

Discutiamo anche il fatto che il provvedimento ha una durata annuale e questo incide sugli effetti che produce perché resta il timore che non venga rinnovato ed è proprio questo il segno di pensare all’oggi e poco al domani per cui il provvedimento andrebbe almeno accompagnato dall’annuncio di un lavoro serio di un anno, massimo due, di taglio della spesa improduttiva e di riqualificazione di tutte le spese centrali e territoriali. Si deve fare capire che si stanno cercando i soldi per coprire il taglio fiscale per dieci anni e si è determinati a conseguire il risultato.

Questo è un coraggio ulteriore che manca nell’annuncio e nell’esecuzione come è quello che ancora manca sullo stesso fronte pensioni se si vuole davvero pensare al futuro parlando il linguaggio della verità. Che vuol dire semplicemente ricordarsi sempre che, avendo in prospettiva meno gente che lavora, bisogna tagliare subito ogni forma di anticipazione nelle uscite se non si vuole poi arrivare per gli altri o alla insostenibilità o a tempi di lavoro eterni. Facciamola breve. Siamo davanti a una manovra di 24 miliardi che finanzia senza fare nuovo deficit tutto ciò che eccede il doppio intervento sulla stabilizzazione annuale del taglio del cuneo fiscale e copre il primo mini intervento sulle due aliquote Irpef più basse con i quattro miliardi non intaccati del fondo di riduzione fiscale. Non si è voluto o riusciti a ridurre l’extradeficit di 15 miliardi ai fini della manovra fiscale per il 2024 nonostante i 13 miliardi annui di spesa per interessi in più e i 20 miliardi di debito in più causa superbonus.

Il punto davvero dirimente è dare a tutto ciò un orizzonte di lungo periodo che può fare solo la premier annunciando e attuando prontamente un ciclo di riforme e di tagli strutturali alla spesa che creino in casa e fuori quella fiducia senza la quale le nostre previsioni di crescita definite da tutti ottimiste vengono giù e avvitano il Paese in una spirale negativa dentro un rallentamento globale che appartiene alle due guerre e alla nuova geopolitica di cui nessuno può seriamente dire che cosa accadrà. Per questo abbiamo il dovere di fare in casa il massimo sull’oggi, come stiamo facendo, e ancora di più sul domani, dove invece bisogna osare ancora. Questo coraggio è quello che serve se l’Italia vuole continuare ad essere la locomotiva europea come è stata nel biennio della stagione Draghi e se Giorgia Meloni vuole diventare davvero la nuova Thatcher che traccia la strada della rinascita italiana e contribuisce a cambiare l’Europa. Non è più tempo di compromessi e i galleggiamenti, anche quelli a fini elettorali, non servono. Anzi, sono dannosi


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