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Giorgia Meloni

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Viaggiamo verso un 2024 in cui paghiamo il 4,2% di spesa per interessi, un punto in più della Grecia, quasi il doppio di Portogallo (2,3%) e Spagna (2,5%), più del doppio della Francia (1,9%), quattro volte di più della Germania (1%). Sulla qualificazione della spesa pubblica da avviare e realizzare, sulle leggi della concorrenza da varare oggi stesso e sul ripristino in toto della legge Fornero, bisogna spiegare agli italiani come stanno davvero le cose e agire subito. Per Giorgia Meloni è la partita della storia. Per l’Italia è quella della sopravvivenza.

Siamo stati i primi a dire che eravamo soli e sorvegliati speciali. Siamo stati i primi a dire che la situazione di oggi è peggiore di quella del novembre del 2011 che conosciamo molto bene. Perché allora Grecia e Portogallo stavano messi molto peggio di noi, la Spagna come noi e, soprattutto, allora sotto attacco era la moneta europea per cui la maggioranza degli investitori davano per scontato un euro di serie A e un euro di Serie B con noi ovviamente nel girone dei condannati ma in compagnia di greci, portoghesi, spagnoli e altri ancora.

Oggi la situazione è molto differente. Noi viaggiamo verso un 2024 in cui paghiamo il 4,2% di spesa per interessi, un punto in più della Grecia, quasi il doppio di Portogallo (2,3%) e Spagna (2,5%), più del doppio della Francia (1,9%), quattro volte di più della Germania (1%).
Una spesa per interessi così alta questo Paese non la doveva sostenere dai tempi della liretta. Nella ormai lunga stagione dell’euro che dura da più di vent’anni, tranne il punto caldissimo della crisi dei debiti sovrani del novembre 2011, avevamo sempre dovuto pagare di meno per collocare i nostri titoli sovrani.

Noi abbiamo un problema uno che ha il peso di un macigno ed è l’enorme debito pubblico caricato sulle nostre spalle con la conseguente abnorme spesa per interessi che ne discende. Per cui, tanto per capirci, anche se fai zero deficit, fai cioè il bilancio in pareggio, ma la spesa del costo medio degli interessi sale più della crescita nominale, il debito aumenta comunque e questo crea un delta che alimenta in termini matematici l’incremento di quello stesso già rilevantissimo debito. Un ulteriore aumento che sei obbligato a correggere ogni anno con manovre ad alto contenuto restrittivo che incidono inevitabilmente sulla crescita.

La rifiutiamo concettualmente, anzi la rigettiamo in toto come indegna perché non vera, ma per segnalarne la pericolosità della situazione, abbiamo il dovere di riferire che c’è chi dalle sale acquisti dei titoli sovrani del mondo mette in giro sull’Italia ricostruzioni da osteria del tipo “il paziente è clinicamente morto, i medici hanno staccato le macchine, il tempo del botto dipende da diverse variabili ma l’incognita non è il se ma il quando”.

Ecco, questo tipo di ragionamento non ha alcun fondamento se non altro perché sottovaluta in modo clamoroso la forza dei fondamentali dell’economia italiana, un attivo sull’estero che spagnoli, portoghesi, greci e perfino francesi, possono vedere solo con il binocolo, la dimensione e la qualità della nostra economia e il patrimonio di questo Paese.

Resta, però, un fatto che siamo passati dal biennio magico dell’Italia locomotiva d’Europa con un abbattimento monstre del rapporto debito Pil dal 155 al 140% ad una previsione di crescita per il 2024 che, a nostro avviso, verrà smentita dai fatti in modo a noi più favorevole, che ci colloca comunque all’ultimo posto in Europa e una previsione di stabilizzazione del rapporto debito/Pil che si allunga per un triennio ma è addirittura messa in discussione dai mercati e è comunque legata a entrate da privatizzazioni di cui non si ha un quadro certo.

In questo scenario abbiamo il dovere di dire che ora il cigno nero siamo noi. I grandi investitori non comprano più i titoli italiani e hanno deciso che torneranno a farlo quando lo spread tornerà in quota 230/240. Anche ieri lo spread ha ripreso a salire e i rendimenti del decennale dei Btp italiani si stanno stabilizzando al 5%. Abbiamo il dovere di dire tutto ciò ora perché siamo ancora in tempo utile per evitare che il Cigno nero italiano sulla bocca di tutti diventi realtà.

Con un livello di tassi così oneroso e una crescita comunque lenta va fatto subito un piano strutturale di gestione dei conti che parte con la revisione della spesa pubblica. Va fatta subito un’operazione verità su conti e futuro dell’Italia. Soprattutto deve farlo la premier, Giorgia Meloni, in prima persona parlando agli italiani e alla comunità degli investitori globali.

Su conti e futuro bisogna cominciare a dire le cose vere con un linguaggio diretto e trasparente. Sulla qualificazione della spesa pubblica da avviare e realizzare, sulle leggi della concorrenza da varare oggi stesso e sul ripristino in toto della legge Fornero, bisogna spiegare agli italiani come stanno davvero le cose e agire subito. Bisogna arrivare prima che a fare ciò che già si deve fare oggi ci spinga domani una indifferibile spinta che viene dalla realtà che travolge tutto e tutti per cui finirai con il fare allora quello che avresti dovuto fare oggi avendo nel frattempo bruciato l’inestimabile valore che ne avresti oggi in termini di reputazione.

Che non è una parola vuota perché vuol dire meno spesa per interessi, più investimenti e lavoro, in definitiva più crescita e ripristino di quella fiducia internazionale e interna che era stato il motore del secondo grande miracolo economico italiano della stagione Draghi che ha sviluppato i suoi effetti di onda lunga anche sulla prima fase del governo Meloni.

Questo lavoro, assolutamente indispensabile, può farlo solo la presidente del consiglio esercitando una forte leadership che coinvolga l’intero esecutivo e intercetti il massimo di condivisione possibile nelle forze di opposizione e nel tessuto produttivo e sociale del Paese. Bisogna ripetere nella operazione di riqualificazione della spesa pubblica il lavoro di impostazione e di esecuzione che sta facendo Fitto chiedendo ai soggetti attuatori di mettere per iscritto impegni e attuazioni obbligando ministeri, regioni, comuni, enti speciali e ogni tipo di azienda pubblica a fare altrettanto con la spending review che nessuno è mai riuscito a fare.

Questo va fatto assolutamente, ma soprattutto va detto subito. Se ciò non avviene vuol dire che non hai tanto chiara la visione sistemica che è quella di un disastro di correzioni da attuare nei prossimi anni fino al 2041 senza il quale il debito pil sale al 171% nello scenario di base e al 181% in quello più sfavorevole. Questo ha detto e scritto l’ufficio parlamentare del bilancio. A fronte di tutto ciò, nel pieno di due grandi guerre e in un quadro di estrema volatilità abbiamo previsto due miliardi di spending per il 2024 e il 2025 e sette miliardi nel 2026. Nemmeno , lo storico ministro di ferro tedesco, potrebbe fare una roba così pesante alla vigilia delle elezioni politiche. A Giorgia Meloni conviene davvero dire oggi la verità agli italiani e agire subito. Per lei è la partita della storia e per l’Italia è quella della sopravvivenza.


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