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UN PAESE schizofrenico quello che esce da una nota di approfondimento di Prometeia, società di consulenza e analisi economica bolognese, un team di ricerca assolutamente credibile, che ci comunica che in Italia la manodopera é sempre più difficile da reperire, soprattutto se si alza l’asticella e si cerca per lavorare quella “specializzata”.

Nel 2022 si contano in Italia circa 25 milioni di occupati, compresi i sommersi, su 59 milioni di abitanti. In Francia, a giugno 2023, gli occupati sono 30.402 mila su 68 milioni, in Gran Bretagna sono 28,9, su 67.5 milioni a settembre 2022, in Germania il numero di persone occupate ha raggiunto un nuovo massimo storico e per la prima volta è stata raggiunta la soglia dei 46 milioni su 84,5 milioni. Come si può evincere gli occupati sono più della metà della popolazione complessiva in tutte le realtà esaminate tranne che in Italia, quindi da noi i margini di crescita dovrebbero essere elevati. E invece l’Istat afferma che l’Italia invecchia e si rischia un buco di oltre centomila lavoratori all’anno da qui al 2030. E il problema si afferma è che la sostituzione degli attuali sarà difficile: le fette di popolazione più giovane che avanzano garantiscono l’afflusso di 400 mila nuovi lavoratori e rischia così di aprirsi un “buco” di più di 100 mila lavoratori all’anno. Come mai se dovrebbero esserci 5 milioni di forza lavoro disponibile per raggiungere il rapporto degli altri paesi in effetti poi invece la situazione rimane cosi in crisi? Il mistero si dipana molto facilmente.

L’Italia è un paese che non riesce a mettere le persone che potrebbero in condizioni di lavorare. A cominciare dalle donne che, soprattutto al Sud, devono rimanere a casa, sia perché in realtà la domanda di lavoro è inesistente ma anche perché nel caso in cui si presenta, dovendo assicurare la cura dei figli, considerata l’assenza assoluta di asili nido, non riescono a soddisfarla. Un’altra parte importante, quella stessa che era disponibile e aveva le caratteristiche per ottenere il reddito di cittadinanza, oltre 600.000 in Campania e 500.000 in Sicilia, si rifiuta di aderire a proposte di lavoro, in genere che prevedono orari prolungati e retribuzioni inadeguate. Oppure lo spostamento in un’altra parte d’Italia, a 2000 km di distanza. Tale possibilità viene accolta solo da alcuni, soprattutto nei settori più evoluti che prevedono una formazione più elevata, come ingegneri, professori, lavoratori in genere che ritengono che anche in futuro sarà complicato trovare un’occupazione nel Sud, meno da altri, come camerieri operai più o meno specializzati soprattutto nel settore edile, che ritengono di dover aspettare per trovare qualche buona occasione nella realtà meridionale perché, anche se al Nord potrebbero avere opportunità con lavori a tempo indeterminato e retribuzioni accettabili, non aderiscono perché dovendosi trasferire finiscono col non poter inviare parte del loro emolumento alla famiglia di appartenenza, rimasta nel Mezzogiorno.

E per quanto attiene alle professionalità più elevate, dovendosi trasferire per lavorare di 2000 km, preferiscono aggiungerne qualche altro centinaio ed andare direttamente dall’Italia all’estero, dove sono pagati anche meglio. Certo che per analizzare bene i dati bisogna ricordare che siamo una popolazione in invecchiamento come certificato anche recentemente dall’Istat. Se si prende solo la porzione di 15-64enni, quelli che compongono statisticamente la popolazione in età lavorativa ne perde 1,8 milioni dal 2012, nonostante l’apporto dell’immigrazione e il bilancio tra ingressi e uscite dalla forza lavoro rischia di diventare molto negativo. Sono tutte considerazioni utili ed opportune. Ma il vero tema che va affrontato è quello relativo ad un progetto di sviluppo che vede una parte super sviluppata ed un’altra dove le opportunità lavorative sono poche e, soprattutto nella manifattura, quasi inesistenti.

E l’approccio dell’Italia non è quello che prevede delle penalizzazioni laddove le nuove imprese vengano localizzate ancora nella pianura padana, realtà, tra l’altro, tra le più inquinate d’Europa, ma anzi si tollera che per esempio l’Intel, società americana per la costruzione di microprocessori, si collochi per una sollecitazione di Zaia e Giorgetti, a Vigasio, a pochi chilometri da Verona, dove i 3000 ingegneri che serviranno dovranno venire per lavorare dal Sud, considerato che nelle loro aree vi è la piena occupazione.

Ancora oggi si tende a privilegiare la cosiddetta locomotiva, che pare aver diminuito di molto la sua andatura, invece che inibire qualunque tipo di nuova iniziativa cercando di indirizzarla verso quella parte dove vi è territorio disponibile e capitale umano formato. Una bulimia, messa in evidenza da tanti studiosi, che prevede contemporaneamente la voglia di concentrare tutto quello che è possibile, comprese le Olimpiadi invernali a Milano, nella parte più sviluppata del Paese. Anche se nessuno dimentica che i ragazzi che servivano per l’Expo di Milano furono trovati con molte difficoltà e dopo molti mesi. Altri Paesi, come Spagna o la Germania, hanno approcci totalmente opposti, per cui la prima cerca di promuovere Valencia, Siviglia e Granada mentre la seconda per l’Intel tedesca sceglie Dresda.

Un altro aspetto che va considerato è il livello di educazione/formazione dei lavoratori. Perché vi sono molte persone con scarse qualifiche: molte sono concentrate nelle fasce d’età più prossime alla pensione, mentre i giovani – seppure ancor poco rispetto al resto d’Europa – hanno titoli di studio più alti. Certo, l’evoluzione tecnologica dei processi produttivi e dell’erogazione dei servizi alimenterà la domanda di lavoro qualificato; ma dove? In quale parte del Paese? Per cui il vero tema rimane quello dei NEET, cioè di quelle persone che non lavorano non studiano e non in training per un qualche lavoro. Quella fascia di popolazione peraltro che, in assenza di possibilità di inserimento adeguato, alimenta la manovalanza della criminalità organizzata. Dispersa dal processo formativo, perduta da una scuola che non prova nemmeno a cercarla. Forse è opportuno ripensare al progetto di sviluppo del nostro Paese prima che le difficoltà diventino insuperabili


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