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SI DICE – ed è vero – che l’economia americana cresca più di quella europea, e segnatamente di quella italiana, ma c’è una fattezza dell’economia – forse la più importante – dove il confronto Italia-Usa va a favore dell’Italia; se scopo ultimo di un sistema economico è quello di fornire opportunità di lavoro – il lavoro non è solo fonte di guadagno ma anche di dignità e di tenuta del tessuto sociale – allora bisogna guardare all’occupazione.

Venerdì abbiamo avuto le cifre aggiornate del mercato del lavoro per gli Usa (a ottobre) e per l’Italia (a settembre). Il grafico mostra – a partire dall’inizio della pandemia – come sono andati evolvendo, in Italia e in America, gli occupati e il tasso di occupazione (occupati in percentuale della popolazione in età di lavoro). Le prodezze del mercato del lavoro americano sono note, anche se gli ultimi dati mostrano un qualche rallentamento.

Ma meno noto è il fatto che le prodezze del mercato del lavoro italiano sono anche “più prodi” di quelle d’Oltre Atlantico. Partiamo dal tasso di occupazione: per gli Usa è ancora al di sotto del livello di inizio 2020, mentre noi lo abbiamo abbondantemente superato, segnando anche il record storico da quando (vent’anni fa) l’Istat ha iniziato a pubblicare questi numeri. E anche il livello, in quanto distinto dalla dinamica, è in favore dell’Italia: a settembre questo tasso segnava nel nostro Paese un 61,7%, rispetto al 60,2% (ottobre) dell’America (anche se bisogna dire che, confrontandoci con gli altri Paesi europei, il nostro tasso di occupazione, pur se in netta risalita, è ancora nel plotone di coda). Anche per il numero di occupati, l’aumento del lavoro della cifra italiana tiene testa agli Usa: per questo dato sia noi che loro abbiamo superato il livello del gennaio 2020, ma noi un po’ più di loro.

Come si vede, all’inizio della pandemia il crollo dell’occupazione fu molto più forte in Usa, mentre da noi la caduta fu attutita da una rete di sicurezza sociale più robusta di quella americana. Per la disoccupazione, poi, anche qui gli andamenti – se non i livelli – sono a favore dell’Italia: il tasso di disoccupazione negli Usa, peraltro vicino ai minimi storici, era al 3,5% a inizio 2020, e ora è leggermente aumentato (al 3,9%); da noi, nello stesso periodo, è diminuito di oltre due punti (dal 9,7% al 7,4%). Sempre in tema di disoccupazione, possiamo menzionare anche la disoccupazione giovanile, un dato cruciale per valutare le tensioni nella società: un tasso che, ancora nel 2014, superava, e non di poco, il 40%. Ebbene, da inizio 2020 a oggi questo tasso è sceso di oltre sei punti (dal 28,4 al 21,9%), ed è in vista dei minimi toccati subito prima (2007) dei quattro “cigni neri” che hanno rigato questo primo quarto del secolo. Ha aiutato molto, in questa lunga discesa, anche il crescente grado di istruzione di coloro che passano dalla scuola (università inclusa) al mercato del lavoro. Dato che vengono considerati “disoccupati”, in quella fascia di età, solo coloro che non studiano, un aumento di coloro che studiano riduce il numero dei giovani disoccupati.

E negli Usa? Il tasso di disoccupazione giovanile, come quello totale, è a un livello molto più basso del nostro. Ma, nel periodo in esame (gennaio 2020 ad oggi) non è diminuito come da noi, anzi è leggermente aumentato (dall’8,5 all’8,9%). Tornando all’occupazione, come si spiega l’ottima performance del nostro mercato del lavoro? Come già osservato su queste colonne (leggi) l’ascesa degli occupati ha più di una spiegazione. Le riforme strutturali, si sa, sono difficili da attuare politicamente, perché i risultati si vedono dopo un tempo che va oltre gli orizzonti elettorali dei governi, di destra o di sinistra che siano. Ma, talvolta, si fanno lo stesso, e oggi cogliamo i frutti di quelle riforme strutturali, da quelle di Treu a quelle del Jobs Act, fatte negli anni passati.

Dopo la discesa dovuta al Covid, l’occupazione è scattata verso l’alto, riguadagnando i livelli impliciti nella precedente tendenza crescente; e, oltre alla quantità, è migliorata anche la qualità, con una più alta quota di contratti a tempo indeterminato. Segni, questi, che indicano come i fattori di fondo continuino a operare; da una parte, migliore incontro fra domanda e offerta di lavoro, con ridotti disallineamenti fra ciò che la domanda richiede e ciò che il sistema educativo fornisce; dall’altra parte, fattori culturali che spingono le donne a entrare nel mercato del lavoro; e dall’altra parte ancora, la crescente importanza dei servizi nel valore aggiunto del Pil, e i servizi hanno una più alta intensità di lavoro. Insomma, a parte i confronti con gli Usa, allora, su questa cruciale fattezza dell’economia è lecito dire che gli ultimi anni segnalano un cambiamento strutturale nel nostro mercato del lavoro, una rottura di trend che non riguarda solo il mercato del lavoro, ma anche le “prodezze” dell’apparato produttivo: cesure, queste, che dobbiamo gelosamente proteggere concentrando gli sforzi su quella crescita italiana che è la sola che ci possa tirar fuori dalle secche del debito.


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