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Macerie dopo gli scontri tra Hamas e l'esercito israeliano

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IL GRAVISSIMO scontro in atto tra Israele ed Hamas è, tecnicamente parlando, un conflitto limitato e circoscritto, che però si vorrebbe far apparire come una guerra mondiale tra Israele (e l’Occidente che l’appoggia) e l’Islam: questa almeno è la versione che vorrebbero accreditare i terroristi fondamentalisti che hanno lanciato l’attacco del 7 ottobre.

Questa versione propagandistica del conflitto è in qualche modo favorita dall’abuso del termine “guerra” un po’ da tutte le parti. Joe Biden aveva cercato di avvertire Bibi Netanyahu, invitandolo a non commettere lo stesso errore di George W. Bush dopo il massacro dell’11 settembre: dichiarare la guerra al terrore. Ma anche in questo caso il desiderio di rivalsa e la necessità di fare ricorso alle Forze Armate, hanno portato all’abuso del termine “guerra”.

Non è un semplice problema semantico. Se pensiamo in termini di “guerra”, inevitabilmente pensiamo anche in termini di un periodo più o meno lungo di combattimenti al termine dei quali si raggiunge un risultato (vittoria, sconfitta, compromesso…) che pone fine alla guerra e permette di riprendere i normali rapporti umani e civili. Questo non è il caso, quando gli avversari sono movimenti terroristici che hanno come loro ragion d’essere l’obiettivo della distruzione totale dei loro nemici o, in alternativa, la continuazione dello scontro. Di più. Il temine guerra tende in qualche modo a legittimare lo status degli avversari. I terroristi sono dei criminali. I soldati nemici no.

Il problema più difficile nelle operazioni contro grandi organizzazioni terroristiche è quello di mantenere il consenso interno ed internazionale in appoggio alle proprie azioni, e questo perché è sempre possibile, anche per il più cinico terrorista, presentarsi come il campione della libertà altrui. Oggi Hamas si presenta come il campione dei palestinesi. Importa poco il fatto che usi la popolazione di Gaza come il suo scudo umano, o che non abbia alcun piano per concludere la sua “guerra” che non preveda la totale distruzione di Israele. Difficilmente l’opinione pubblica scende nei dettagli. L’uso del termine “guerra” suggerisce uno scontro tra soggetti in qualche modo ugualmente legittimati, e questo rafforza Hamas e indebolisce Israele. Infine la guerra suggerisce che l’uso di una superiore forza militare può condurre direttamente alla vittoria.

Purtroppo, nel caso delle operazioni contro i terroristi, questa si è più volte rivelata una illusione. Certo, l’uso della forza militare può essere necessaria, specie nei casi in cui i terroristi sono difesi da un governo amico (come avvenne in Afghanistan) o hanno il controllo diretto di un territorio bene armato (quale fu il caso dell’Isis in Siria, o è il caso di Hamas a Gaza o di Boko Haram in Nigeria e dintorni). Tuttavia dovrebbe essere chiaro che le operazioni militari sono necessarie solo per consentire lo svolgimento delle necessarie operazioni di polizia per la soppressione delle organizzazioni criminali. In altri termini, usare la scorciatoia di una guerra rende in realtà più difficile ottenere un completo successo contro i terroristi.

Oggi, le operazioni di guerra di Israele a Gaza hanno l’obiettivo di indebolire e possibilmente distruggere Hamas, rendendo impossibile l’uso di quel territorio come base per nuovi attacchi ad Israele. L’obiettivo è molto ambizioso e purtroppo l’uso della forza militare, reso necessario dal livello di resistenza dei terroristi, moltiplica le vittime civili. Questo sposta il conflitto dal terreno militare o dell’antiterrorismo a quello mediatico: da locale a globale. Le ripetute dichiarazioni di solidarietà ad Hamas da parte di altre organizzazioni e fazioni armate, da Hezbollah in Libano e Siria, agli Houti nel Nord dello Yemen, e il fatto che accompagnino queste dichiarazioni con ripetuti lanci di razzi, missili di crociera e missili balistici (senza reali conseguenze, anche perché praticamente tutti intercettati ancora in volo dagli israeliani o da navi antimissile americane) danno l’impressione dello svilupparsi di una larga guerra regionale, accrescendo la pressione mediatica. Nella realtà questi gruppi si guardano bene dal fare di più. Ma anche la sola minaccia fa notizia. Propaganda, notizie false, voci incontrollate e talvolta incontrollabili, alimentano narrazioni anche assurde, come quella, popolare in vari paesi medi orientali, che il grosso delle vittime dell’attacco terroristico del 7 ottobre sia stata responsabilità degli stessi israeliani. Uno degli obiettivi più importanti, nelle operazioni contro il terrorismo, è quello di mantenere il massimo livello di credibilità e di coerenza politica e morale.

L’opinione pubblica, interna ed internazionale, è un importantissimo campo di battaglia. Se si perde la credibilità si rischia anche di perdere il consenso, e i terroristi avranno maggiore libertà d’azione. Nel caso di Hamas e dei palestinesi c’è però anche un altro fattore. Per concludere questa crisi non basta ridurre le capacità offensive dei terroristi, è necessario anche immaginare una soluzione accettabile per i palestinesi, a Gaza e in Cisgiordania. Su questo punto purtroppo Israele non sembra offrire grandi prospettive, né vediamo grandi proposte da parte degli esponenti palestinesi. Se non si affronterà questo problema, il conflitto non si chiuderà mai del tutto.


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