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Raffaele Fitto

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Con un disavanzo sotto il 3% anche se casca il mondo e vincoli su tutto per gli investimenti dei Paesi, non si va da nessuna parte. Meglio non fare niente che mettersi da soli la museruola. Se non ci fosse un rischio reale di recessione per l’Europa e la Germania non sospendesse il suo freno sul debito, si potrebbe mediare, ma non è così. Il massimo di responsabilità è non farsi mettere la museruola e aprire una battaglia politica per costruire l’Europa federale che metta in comune investimenti in industria e ricerca, difesa e politica estera. Chi si illude di andare avanti con i piccoli passi, non ha capito niente.

Dopo dieci giorni di confronto tecnico serrato, punto su punto, come da noi anticipato, siamo alle battute finali per il via libera alla revisione del Piano nazionale di ripresa e di resilienza (Pnrr) e all’erogazione della quarta rata di 16,5 miliardi. Questo lavoro davvero certosino svolto dal ministro Fitto ha coinvolto le strutture tecniche del Paese ai massimi livelli, ha dialogato non più a briglie sciolte con Regioni e Comuni e persegue un progetto di insieme di sviluppo che dopo tanto tempo recupera una visione comune di lungo termine.

Questo tipo di lavoro è un esempio di riformismo moderno. Perché cambia la governance della macchina pubblica degli investimenti, aggredisce il nodo storico per lo meno ventennale delle mille strozzature che bloccano la capacità di fare spesa pubblica produttiva, predispone un sistema incrociato e coerente dove tutti i fondi europei a disposizione dell’Italia sono per la prima volta coordinati e gestiti unitariamente. Si esce dalle sabbie mobili dei califfati regionali, del Sud come del Nord, che hanno avuto nei fatti la caratteristica prevalente di coniugare ritardi cronici con scelte clientelari e, in genere, spreco.

Abbiamo fatto una così lunga premessa per dire che questo Paese, a differenza di quello che troppi dicono e ripetono fino a trasferire una contagiosa opinione negativa su tutto, si è misurato con efficacia durante il governo Draghi e continua a farlo anche con il governo Meloni, in alcuni ambiti più di altri, con la difficile prova di rimettere l’Italia stabilmente sulla carreggiata della crescita possibile in un quadro europeo tendenzialmente recessivo di estrema gravità.

Se abbiamo una posizione finanziaria netta positiva e un avanzo commerciale che Francia, Spagna, Portogallo, Regno Unito e così via possono vedere solo con il binocolo è perché l’Italia ha fatto la più moderna riforma di incentivi fiscali agli investimenti produttivi consentendo all’economia europea con più classi produttive e numero di prodotti competitivi, che è la nostra, di avere le migliori performance sul fronte delle esportazioni e di essere sul podio mondiale della digitalizzazione e robotizzazione dei processi produttivi di tutti i settori merceologici.

In questo contesto il rallentamento della crescita italiana, comunque superiore alla media europea, di un governo Meloni che ha superato molte prove in termini di serietà di finanza pubblica e affidabilità europea, non può essere strumentalizzato politicamente da chicchessia. Così come sbaglia la premier italiana a liquidare come un rimbalzone il secondo grande miracolo economico italiano da cui continua ad avere benefici. Perché la nuova crescita si aggiunge a un +12,3% in due anni che colloca l’Italia prima di tutti i Paesi europei rispetto all’ultimo trimestre pre-Covid.

Il punto vero, però, è un altro e non riguarda l’Italia, ma l’Europa. Perché in un mondo in cui l’America fa centinaia di miliardi di investimenti pubblici in industria e ricerca e la Germania sospende il suo freno al debito, sussidia in modo sfrontato (a volte nascosto) la sua grande azienda negando invece a tutti gli inevitabili aiuti europei, è semplicemente da rigettare al mittente una bozza di nuovo patto europeo in cui ci si permette di scrivere che “una volta che il deficit sarà ridotto a livelli inferiori al 3,0% del Pil, tutti i Paesi membri, indipendentemente dal loro livello di debito, saranno chiamati a mantenere un margine di manovra (in inglese common resilience margin) che permetterà loro di poter rispondere a eventuali shock economici senza per questo aumentare il disavanzo oltre il 3% del Pil.”

Come dire: siamo a una tale crisi di fiducia tra i Paesi europei che può succedere la fine del mondo, ma tu economia nazionale non puoi aumentare il disavanzo oltre il 3% anche se hai pochi debiti (non è il nostro caso) perché devi essere capace di crearti dei cuscinetti pure in presenza di shock economici. Siamo oltre la gabbia dei decimali fuori dalla storia e dalla realtà. Rasentiamo praticamente la follia con una componente di masochismo incorporato che misura la dissoluzione del disegno europeo come meglio non si potrebbe.

Si cerca di bilanciare idealmente questa camicia di forza che di fatto blocca tutti, non solo i Paesi indebitati, con una serie di possibili deroghe in termini di investimenti che sono comunque legate a specifiche riforme e specifiche attività produttive che devono assicurare una “spinta significativa” alla crescita potenziale dell’economia nazionale. Con questa Europa dei decimali e dei vincoli da negoziare per esprimere una capacità di spesa pubblica produttiva dove le amministrazioni di tutti i Paesi sono in ritardo, non si va da nessuna pare.

Meglio non fare niente che mettere la museruola alla crescita europea facendo finta che non esiste. Se non ci fosse un rischio reale di recessione per la sola Europa e non si facessero figli e figliastri, si potrebbe anche, forse, accettare la strada degli accomodamenti e delle mediazioni, ma siccome il rischio esiste eccome il massimo di responsabilità è quello di non farsi mettere la museruola e aprire una grande battaglia politica perché si imbocchi senza più indugi la strada dell’Europa federale mettendo in comune investimenti in industria e ricerca, difesa e politica estera completando parallelamente il percorso dell’unione bancaria e rinvigorendo il mercato unico. Chi si illude di andare avanti con i piccoli passi, non ha capito niente.


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