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Ursula von der Leyen

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È inutile riaprire una brutta pagina che ha caratterizzato la storia degli ultimi anni della nostra storia politico – istituzionale, tuttavia lo voglio fare per evitare che, in occasione dell’avvio della campagna elettorale per le elezioni del nuovo Parlamento europeo, qualcuno utilizzi, in modo scorretto, le modalità con cui sono state gestite, le risorse autorizzate dalla Unione Europea attraverso il Programma noto come Next Generation EU, un fondo da 750 miliardi di euro per la ripresa europea (appunto chiamato “fondo per la ripresa” o recovery fund). Ricordo che all’Italia sono stati assegnati 191,5 miliardi di cui 68,9 miliardi – il 36,5% – in sovvenzioni a fondo perduto e 122,6 miliardi – il 63,5% – in prestiti; insisto non vorrei che qualcuno utilizzi questa scelta comunitaria come una occasione per dimostrare il grande risultato ottenuto da uno schieramento, quello del Movimento 5 Stelle, che invece ha solo gestito malissimo questa grande occasione.

Ricordo intanto che l’idea di un fondo per risollevare le economie degli Stati membri dell’Unione Europea appena colpiti dalla pandemia di COVID-19 fu dapprima avanzata nell’aprile 2020 e definitivamente approvata nel Consiglio europeo straordinario del luglio 2020. Quindi nel luglio del 2020 abbiamo potuto conoscere la decisone definitiva della Unione Europea e nel settembre di quell’anno comparvero anche gli elenchi con le opere infrastrutturali strategiche da progettare, avviare a realizzazione e completare entro il mese di giugno del 2026. Ho trovato tale elenco, l’ho letto attentamente e posso assicurarvi che è quasi identico a quello poi varato definitivamente il 13 luglio 2021 con decisione esecutiva del Consiglio dei Ministri che recepì la proposta della Commissione europea.

Uno dei capitoli legato alle “Infrastrutture per una mobilità sostenibile” si poneva, tra l’altro, l’obiettivo di rafforzare ed estendere l’alta velocità ferroviaria nazionale e potenziare la rete ferroviaria regionale, con una particolare attenzione al Mezzogiorno: 31,46 miliardi – di cui 25,40 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 6,06 miliardi dal Fondo complementare (ricordo che il Fondo Complementare coperto con risorse del bilancio ordinario dello Stato era pari a 30,5 miliardi di euro e fu inserito il 27 aprile del 2021).

Entrando nel merito delle opere infrastrutturali è facile scoprire che trattasi, per oltre il 90%, di opere già previste dalla Legge Obiettivo (Legge 443/2001) e tutte inserite nel Programma delle Infrastrutture Strategiche (PIS) e molte di esse già coperte da progettazione e già supportate da i relativi processi autorizzativi. Ma anche gli altri elenchi, sì quelli relativi al Tema Istruzione e Ricerca per un importo di 33,81 miliardi di euro, al tema Inclusione e Coesione per un importo di 29,83 miliardi di euro, al Tema Salute per un importo di 20,23 miliardi di euro, erano tutti identificati anche se non supportati da progettualità compiute come nel caso delle Infrastrutture per una mobilità sostenibile.

Ma il periodo di vero vuoto, cioè la fase più critica che praticamente ha inseguito solo processi organizzativi e possibili forme di governance, è quello che va dal giugno del 2020 fino al mese di luglio del 2021 quando il Governo Draghi, anche sulla base dei ripetuti allarmi sollevati dal Commissario agli Affari Economici della Unione Europea Roberto Gentiloni in merito alla identificazione di una unica governance, istituì una struttura di coordinamento centrale presso il Ministero dell’Economia, questa struttura doveva supervisionare l’attuazione del Piano e predisporre l’invio delle richieste di pagamento alla Commissione Europea. Accanto alla struttura di coordinamento, c’erano due strutture: una per la valutazione e un’altra dedicata al controllo.

Le singole Amministrazioni sarebbero state responsabili degli investimenti e delle riforme di loro competenza e avrebbero inviato i resoconti alla struttura di coordinamento centrale. Inoltre, il Governo Draghi ritenne opportuno affiancare delle task force per supportare le Amministrazioni territoriali, in realtà per migliorare la loro capacità di investimento semplificandone le procedure. La supervisione politica del Piano fu affidata ad un comitato istituito presso la Presidenza del Consiglio a cui partecipavano i Ministri competenti.

Anche in questo caso il Governo Draghi concepì la governance come sommatoria di governance dimenticando che in tal modo si cadeva nell’errore iniziale: ricercare un consenso e, addirittura, una condivisione diffusa delle scelte senza tener conto che, per la prima volta nella storia del nostro Paese, il Governo doveva gestire un Programma di scelte strategiche con un vincolo temporale ben definito e la cui copertura finanziaria era strettamente legata al rispetto di tale vincolo temporale.

Invece il mese di luglio 2020, il mese di agosto 2020, il mese di settembre 2020, il mese di ottobre 2020, il mese di novembre 2020, il mese di dicembre 2020, il mese di gennaio 2021, il mese di febbraio 2021, il mese di marzo 2021, il mese di aprile 2021, il mese di maggio 2021, il mese di giugno 2021, cioè in un arco temporale di dodici mesi furono praticamente solo predisposti degli atti formali con cui si assegnarono le risorse alle varie Amministrazioni competenti.

Non affronto il tema legato alle riforme, anche queste previste dal PNRR, perché scopriremmo, in modo ancora più eclatante, la sottovalutazione del fattore “tempo” e del fatto che quello che si è fatto nei dodici mesi prima elencati, in cui praticamente si è preferito disegnare solo procedure, poteva e doveva essere fatto in soli sessanta giorni.

In un Paese come il nostro, secondo nella classifica comunitaria per la capacità manifatturiera, in un Paese come il nostro che grazie alla Legge Obiettivo era riuscito ad impegnare in 12anni (dal 2002 al 2014) 232 miliardi di euro, c’erano tutte le condizioni per evitare la perdita secca di un anno di lavoro, di perdere tanto tempo nella identificazione di una governance unica; in realtà l’unico atto con una rilevanza di concretezza procedurale lo abbiamo vissuto solo negli ultimi mesi del Governo Draghi con l’attivazione del ReGis, strumento sviluppato dalla Ragioneria Generale dello Stato attraverso il quale le Amministrazioni centrali e territoriali, gli uffici e le strutture coinvolte nell’attuazione delle scelte del Piano, avrebbero potuto adempiere agli obblighi di monitoraggio, rendicontazione e controllo delle misure e dei progetti finanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

Poi nell’autunno 2022 è arrivato il nuovo Governo presieduto da Giorgia Meloni ed il Ministro Fitto:

• ha finalmente fatto ricorso alla vera governance unica
• ha finalmente misurato, nei minimi particolari, l’assurdo stato di avanzamento del Piano e la automatica certezza della impossibilità di rispettare la scadenza imposta dalla Unione Europea
• ha finalmente identificato le procedure e le azioni da compiere per cercare, almeno per alcuni interventi, di ottenere un possibile allungamento delle relative scadenze temporali attraverso il trasferimento in altri Piani come il Repower o quelli supportati dal Fondo di Sviluppo e Coesione
• ha finalmente rivisitato globalmente lo stesso PNRR in modo da rileggere la nuova consistenza programmatica all’interno della quale non ci sono più alcune opere che invece troviamo o troveremo in programmi supportati dal bilancio ordinario

In realtà il Ministro Fitto ha dato vita ad una operazione che avrebbero dovuto avviare subito, sia il Governo Conte che il Governo Draghi; senza dubbio però la fase più carica di responsabilità e di misurabile incapacità gestionale è proprio quella del Governo Conte in cui, come dicevo prima, non si è cercato in nessun modo di:

• seguire le linee guida definite dalla Unione Europea per la attuazione del PNRR (linee guida più volte esposte dettagliatamente dal Commissario Gentiloni)
• comprendere cosa sia concretamente il fattore tempo e cosa sia la organizzazione della Pubblica Amministrazione di fronte ad una occasione unica come quella che il nostro Paese ha avuto tre anni fa ed ora rischia di perdere

Concludo con una considerazione finale ed una stima del danno: quel mancato avvio concreto dei primi dodici mesi di Governo Conte ci porterà a concludere i lavori dell’intero PNRR, e quindi a “spendere” davvero le risorse destinate a tale finalità, per un valore pari a soli circa 70 – 80 miliardi di euro e non quelli previsti inizialmente pari a 191,5 miliardi di euro autorizzati dalla Unione Europea. Se si tiene conto anche delle risorse assegnate dal Piano Nazionale Complementare (PNC) pari a 30,5 miliardi di euro, la mancata attivazione della spesa porterà ad una perdita secca dell’1% del PIL

Questo grave errore, questa pesante responsabilità dovrebbe, da sola, mettere la parola fine ad ogni atto, ad ogni attacco che lo stesso Onorevole Giuseppe Conte ed il Movimento 5 Stelle rivolgono, sistematicamente, nei confronti dell’attuale Governo. Non credo che l’Onorevole Conte chiederà un giurì d’onore per queste mie oggettive considerazioni perché, purtroppo, sono tutti atti e passaggi ampiamente documentati.


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