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Il primo effetto delle nuove regole del Patto di Stabilità europeo è che dal prossimo anno, non si potranno più fare manovre in deficit

Il primo effetto delle nuove regole del Patto di Stabilità è che, dall’anno prossimo in poi, non si potranno più fare manovre in deficit, come è avvenuto nella Finanziaria che oggi dovrebbe superare lo scoglio di Palazzo Madama con il voto di fiducia. Tradotto in soldoni significa che, ad esempio, se il governo vorrà confermare il taglio del cuneo fiscale dovrà trovare 10 miliardi di euro. E altri 5 per l’accorpamento delle aliquote centrali dell’Irpef. Oltre, ovviamente, al salasso del Superbonus che, anche nel 2025, peserà sulle casse dello Stato per circa 20 miliardi di euro. Certo, a dare un aiutino al governo, potrebbe esserci quel piccolo margine di flessibilità concesso dall’Europa che consente di scorporare dal deficit le spese sostenute per il capitolo della Difesa e la quota degli interessi sul debito dovuta all’aumento dei tassi di interesse.

Non dovrebbero esserci grossi problemi neanche se, come è altamente probabile, in primavera il nostro Paese sarà sottoposto ad una procedura per deficit eccessivo ed entrerà, quindi, nel “braccio correttivo” previsto dal Patto di Stabilità. Prima di tutto, saremo in buona compagnia: nel club dei Paesi sotto osservazione ci sarà, ad esempio, anche la Francia insieme ad altri 8 partner dell’Europa. Inoltre, l’intervento correttivo di riduzione del deficit dello 0,5% annuo era già previsto dalla Nadef e rientrava, quindi, nei programmi del governo. Prima ancora, cioè, che fosse messo nero su bianco nella riforma del patto di stabilità.

PATTO DI STABILITÀ E DEFICIT, TUTTO DA CONCORDARE CON LA COMMISSIONE EUROPA

Il problema vero è che tutto questo andrà contrattato direttamente con la Commissione Europea e non è detto che il voto di ieri sul Mes non possa influire negativamente sull’esito del confronto. La strada, insomma, sarà molto simile a quella che abbiamo già percorso con la rimodulazione del Pnrr. E l’eventuale “sconto” sul deficit sarà soggetto ad una serie di condizioni, come ad esempio il varo di riforme o l’avvio di programmi di investimenti nei settori considerati strategici per il Vecchio Continente, dal digitale alla transizione green.

In realtà, i problemi veri che l’Italia dovrà affrontare a partire dal prossimo anno sono due. Il primo è quello relativo alla crescita del Paese. Difficilmente, infatti, riusciremo a mettere a segno quell’aumento del Pil dell’1,2% previsto dall’esecutivo. Le stime di Bankitalia, Ocse e Fondo Monetario Internazionale hanno già dimezzato le aspettative. Ed è oggettivamente difficile che l’economia possa registrare una nuova accelerazione nei primi mesi del 2024. Il secondo nodo è quello relativo al debito. Le nuove regole prevedono un taglio dell’1% all’anno. E’ vero che il taglio andrà commisurato alla media dell’arco temporale del piano di aggiustamento dei conti concordato con l’Europa. Ma è evidente che uno sforzo non adeguato potrebbe avere conseguenze non tanto sui giudizi di Bruxelles quanto su quelli dei mercati, con effetti a cascata sugli interessi che dobbiamo pagare sul debito.

UNA VERSIONE DEL PATTO PEGGIORATIVA RISPETTO ALLA PRIMA IPOTESI

Resta il fatto che la versione del Patto approvata ieri è sicuramente peggiorativa rispetto alla prima ipotesi messa in campo dalla Commissione Europea. Soprattutto perché reintroduce nel sistema elementi di rigidità che mal si conciliano con l’auspicata flessibilità e semplificazione delle norme. E’ prevalsa, ancora una volta, la reciproca diffidenza fra i partner dell’Unione, con il gruppo dei cosiddetti paesi “frugali” che hanno imposto regole quantitative fidandosi poco o niente delle nazioni più indebitate, a cominciare dall’Italia. Solo che, questa volta, il nostro Paese non è affatto l’unico ad essere finito nella lista dei cattivi.

Con un aggravante in più: fissare regole così restrittive in un mondo che cambia e con una competizione che sta diventando a livello globale sempre più pressante rischia solo di costruire l’ennesima camicia di forza per il Vecchio Continente, già appesantito dalla fitta maglia di regolamenti e leggine che rischiano di pesare come un macigno sull’industria manifatturiera. Come a dire: ancora una volta l’Europa non è riuscita a far camminare le nuove regole della governance sulla seconda gamba del Patto di stabilità, quella relativa alla crescita dell’economia. Anzi, le nuove regole, rischiano di mettere la parola fine a qualsiasi abbozzo di “politica industriale” o “economica” europea, facendo un passo indietro anche rispetto agli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che andava proprio nella direzione opposta.

IL RISCHIO DELL’EUROPA DI NON AVERE STRUMENTI PER FRONTEGGIARE CRISI ESOGENE

Infine, difficilmente con le nuove regole, l’Europa potrà fare fronte a choc esogeni, come ad esempio è successo per il Covid o nel caso della guerra in Ucraina. I Paesi saranno costretti a politiche fiscali restrittive con l’inevitabile conseguenza di frenare gli interventi per la crescita dell’economia. In questa maniera il gap con gli Usa, che ha già messo a segno una crescita del Pil che sfiora il 5%, diventerà ancora più ampia. Il vecchio patto, insomma, era sicuramente “stupido”, troppo legato a calcoli astrusi e ad algoritmi. Il nuovo ha forse parametri quantitativi più semplici ma concede maggiori poteri alla Commissione Europea. Speriamo solo che, con il nuovo Parlamento che uscirà dalle elezioni di giugno, non conquistino spazio i paesi dell’estrema destra nazionalista, a partire da quello olandesi, da sempre ostili a concedere sconti all’Italia.


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