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Paolo Graldi, morto a 81 anni

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PAOLO Graldi c’era sempre. Nei momenti buoni e in quelli meno buoni. Non è da tutti. Anzi, da pochissimi. Per questo gliene sono grato. Ho di lui, maestro di giornalismo e di vita, un ricordo netto, direi costante: il rifiuto dell’imporsi che era in realtà una grande tendenza a proporsi. Su tutto, sul lavoro come sulla partecipazione ai fatti che scorrono della quotidianità. A volte in modo bulimico, sempre entusiasta. Con la tipica giovialità emiliana che riesce a mescolare in una smorfia urla e risate contagiose.

Ricordo la sua disponibilità che significava voglia di ascoltare e impegno costante a non fare pesare il ruolo. Perché era convinto che un direttore di giornale le cose non deve mai imporle, ma costruirle insieme lavorando sull’idea e su chi era il più competente per attuarla. Non si è mai vantato davvero di nulla e, se qualche volta pure avesse ceduto un po’ alla piccola vanità pubblica, subito si sarebbe rimproverato, sempre in pubblico. Quasi se ne vergognava, dava almeno la sensazione di essersene pentito. Non ha mai fatto il giochetto “lei non sa chi sono io” e ha sempre accettato tutto, anche le delusioni più cocenti, senza mai fare storie. Appartiene alla categoria di chi è nato giornalista e può fare solo quello. Ha diretto “Il Mattino” e amò Napoli in tutto combattendo quello che chiamava il virus del vittimismo e portò sempre anche lì Bologna nel cuore. Che voleva dire essere un uomo d’incontro. Non tanto di politici, che frequentava il giusto, quanto della vita che gli stava intorno e di chi la popolava.

Di Roma aveva capito il cosmopolitismo e la complicazione. Aveva capito da direttore de “Il Messaggero” che fare un giornale a Roma significava fare un giornale nazionale non perché era letto nei ministeri, ma perché era il giornale della Capitale e del Paese. Che esiste, a volte si dimentica, se si riconosce in essa e invece perde colpi se smarrisce questa sua identità profonda che è il segno unificante della storia e del futuro di un popolo.

La percezione della complessità veniva a Paolo Graldi dalla sua esperienza di cronista giudiziario a “Il Corriere della Sera” che è stata per lui lo specchio rivelatore della brutta complessità italiana. Ha fatto la grande televisione lavorando in rumoroso silenzio dietro Sergio Zavoli senza mai esibire il suo contributo a 360 gradi. C’era in quel lavoro la sua grande voglia di essere suggeritore piuttosto che primo attore di qualcosa di importante. Che è, poi, l’origine del disappunto con cui commentava il talk show a reti unificate dei nostri giorni. Lo giudicava la sacralizzazione delle vanità che coincideva con il punto più basso della qualità del dibattito della pubblica opinione e del modo di fare informazione televisiva. Il talk dei nostri giorni proprio non lo sopportava. Metteva a dura prova il suo disincanto per le cose importanti perché ai suoi occhi rendeva importanti quelle futili. Aveva ragione, ovviamente. Ciao, Paolo.

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