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Palazzo dei Normanni a Palermo, sede della Regione Sicilia

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A PALERMO si vivrebbe peggio che in qualunque altra città europea: il rapporto sulla qualità della vita del 2023, redatto dalla Commissione Europea, indica che la peggior città, nella quale si può vivere nel Vecchio Continente, è Palermo. Il capoluogo siciliano è stato dichiarato come la città dove è presente l’indice più basso di qualità di vita in Europa. Questi i risultati di un sondaggio, che misura la percezione dei cittadini di 83 centri urbani maggiori distribuiti in Europa, incluso il Regno Unito, o affacciati sul Mediterraneo, attraverso interviste effettuate nell’aprile 2023 ad un campione di 71.153 persone.

La percezione peggiore si registra tra gli abitanti di Palermo, Atene e Istanbul, dove solo il 65% (o meno) afferma di essere soddisfatto di vivere nella propria città. Con grandi differenze nel benessere percepito all’interno dello stesso paese, in particolare in Italia, Turchia e Grecia. Nel nostro Paese, ad esempio, le percentuali di residenti soddisfatti della città in cui vivono oscillano tra l’89% di Verona e il 62% di Palermo, registrando una differenza di 27 punti percentuali. La migliore, sempre secondo questa speciale graduatoria, è Zurigo, dove il 96% degli abitanti è contento della vita che vive. Seguono Copenaghen (Danimarca) e Groningen (in Olanda), con un indice di soddisfazione pari al 95%. È questo il podio della classifica stilata dalla sesta edizione del Rapporto 2023 sulla qualità della vita nelle città europee.

Ma non finisce qui perché molte delle città italiane che sono entrate nel sondaggio sono tra le città in cui si vivrebbe peggio. Napoli con il 66% di soddisfatti, è al quintultimo posto, Roma con il 71% al settultimo posto. La precede perfino Skopje, in Macedonia del Nord, con i suoi poco più di 500 mila abitanti. Vi sono alcune considerazioni da fare su classifiche di questo tipo, che riguardano sia il metodo che il merito. Per quanto attiene al metodo mi chiedo quanto sia opportuno che la Commissione Europea finanzi un sondaggio qualitativo, peraltro con un numero di interviste molto risicato, che potrebbe essere contestato, mettendo in discussione il risultato, con i soldi dei contribuenti europei. 75.000 interviste su una popolazione che potrebbe andare da 45 milioni nel caso le 80 città fossero tutte di 500.000 abitanti a 80 milioni nel caso la media della popolazione delle città fosse, come è probabile, attorno al milione di abitanti. Se invece le città sottoposte a sondaggio ospitano circa il 40% della popolazione, come affermato dai sondaggisti, allora parliamo di una indagine che riguarda una popolazione di oltre 200 milioni, visto che non si tratta solo dell’Unione. Se per tale popolazione sono fatte 70.000 interviste significa che per l’Italia ne sono state fatte all’incirca 7.000. Molto poche se si pensa che l’Istat intervista per l’indagine campionaria continua sulle forze lavoro oltre 200 mila famiglie.

Ma supponiamo che il campione sia rappresentativo, a parte la considerazione che indagini qualitative come queste possono essere distorcenti e ingannevoli, si rende conto la Commissione di quanto danno ha fatto all’Italia con la diffusione di questa classifica? E che nell’immaginario collettivo tale comunicazione può rappresentare una motivazione che può portare a una perdita di flusso turistico importante? Molti infatti potrebbero farsi una domanda legittima. E cioè se gli abitanti di queste città ritengono che la qualità della vita sia così scadente perché dovrei andarci a vivere per qualche giorno per visitarla? Nel merito vi è una considerazione che può mettere in discussione i risultati di una indagine che chiede ad un abitante se è soddisfatto della qualità della vita che ha nella sua città e che può essere influenzato dalla difficoltà a trovare un lavoro, cosa che per esempio interessa poco al visitatore o anche alla difficoltà di avere un posto nell’asilo nido per il proprio bambino che altrettanto poco interessa chi arriva per una visita culturale.

Ma poi come si coniugano questi dati con quelli sui suicidi, per esempio? Secondo la ricercatrice Stefania Gatto, “leggendo i tassi di suicidio standardizzati si nota che quelli delle regioni scandinave, confrontati in questo modo, rimangono molto alti e superiori sia alla media europea (10.33) che a quella dei paesi OCSE (10.69) – ad eccezione della Danimarca che, in entrambi i casi, è lievemente inferiore alla media. I loro numeri sono paragonabili a Paesi in via di sviluppo come Cile e Romania e sono addirittura più alti di Paesi di gran lunga più poveri e in difficoltà, come Brasile, Messico e Perù. Facendo un confronto con Nazioni come Italia e Grecia ci rendiamo conto che nonostante questi ultimi non godano degli stessi livelli di welfare e benché il loro debito pubblico sia molto più elevato, i relativi tassi di suicidio sono più bassi di due o tre volte rispetto ai paesi scandinavi.” Così afferma la studiosa, eppure Stoccolma ha il 95 % di giudizi positivi ed è al quinto posto delle città con il più alto ranking, che evidentemente dicono di avere una alta qualità della vita oggi e magari il giorno dopo si suicidano? E poi quale è la coerenza tra i dati commentati e questa altra classifica che vede Roma sul gradino più alto del podio e Napoli al terzo posto? Pizza al taglio, carbonara, amatriciana, cacio e pepe e panna cotta fanno della Capitale d’Italia la numero uno fra le cento città con il cibo migliore del pianeta.

Al nono posto troviamo la città turca di Gaziantep. A convincere i lettori di TasteAtlas sono stati il suo Katmer (pane dolce) e il Beyran corbasi (zuppa di riso e grasso di agnello). Medaglia di bronzo per Napoli che con pizza Margherita, sfogliatelle, zeppole, taralli e pasta e patate si aggiudica la terza posizione nella classifica di TasteAtlas. E allora la gente ha la percezione che a Roma a Napoli si viva malissimo, peggio che in qualunque altra città d’Europa, però afferma che si mangia benissimo. Potremmo anche aggiungere che in entrambe vi è un clima bellissimo, che certo non si può avere né a Helsinki, né a Zurigo o a Copenaghen, rispettivamente prima e seconda nella classifica stilata.

Le contestazioni sulle classifiche, che molti quotidiani si divertono a compilare, sono sempre tante. Ma una cosa è contestare i criteri di una classifica che si basa su elementi quantitativi e che, al di là della scelta degli indicatori, ha una base obiettiva di valutazione, altra cosa e invece fare un sondaggio di questo tipo, soprattutto se a commissionarlo è una Istituzione pubblica, che per la sua autorevolezza, ha una credibilità indiscussa. Forse bisogna essere molto più cauti e forse ci sono gli estremi per una contestazione vibrata da parte del nostro Paese.


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