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Il ministro Calderoli delega il suo collega di governo Luca Ciriani a rispondere alle domande in Aula sull’Autonomia differenziata
Contro la legge che porta il suo nome si è sollevato un movimento popolare. Raccolte centinaia di migliaia di firme, (con ogni probabilità si arriverà al doppio di quelle che servivano per chiedere il referendum abrogativo). Per la “sua” legge il centrodestra si è spaccato. Per gli amministratori “amici” ogni firma in più contro l’autonomia differenziata è una nuova tappa della Via crucis. Non hanno risposte ragionevoli da dare ai concittadini e ai loro elettori del Sud. Come sia stato possibile che i loro partiti abbiano votata votato una legge che allarga la forbice delle disuguaglianze in un Paese che già viaggi a due velocità?
“Lui” non c’è. Non risponde all’interrogazione a risposta immediata delle opposizioni. Lascia che a farlo sia il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, senatore di Fratelli d’Italia. Lui mantiene il profilo basso, bassissimo. “Lui” è Roberto Calderoli, ministro per gli Affari regionali e le autonomie. Già in passato pasdaran della secessione lombardo-veneta. Ieri non era in Parlamento a fugare i dubbi degli alleati per rispondere alle domande. Non solo dell’opposizione ma anche di autorevoli membri della maggioranza che continuano ad esprimere perplessità.
A chiedere di mettere in congelatore lo Spacca-Italia è stata sin da subito Forza Italia presentando ordini del giorno. Chiedendo espressamente al Governo di «non avviare negoziati su atti di iniziativa delle regioni». «Di non procedere nel confronto congiunto sugli atti di iniziativa sui quali tale confronto sia stato già avviato fino alla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni». Non bastasse il 5 luglio scorso il ministro della Giustizia Nordio ha ammesso «problemi di attuazione effettivamente ci sono» auspicando «una composizione».
Tre giorni dopo il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto ha chiesto al suo partito (Forza Italia) di non votare in Cdm e in Parlamento alcuna intesa con singole regioni «se prima non saranno interamente finanziati i livelli essenziali delle prestazioni. E se non ci sarà la matematica certezza che determinate intese possano produrre danni al Sud».
Un centrodestra, insomma, che dopo averlo negato per mesi giurando reciproca fedeltà, è sempre più spaccato. Il primo agosto scorso Donzelli (Fratelli d’Italia) risponde a Occhiuto: «Le preoccupazioni dei governatori anche di centrodestra sull’autonomia differenziata – dice – le abbiamo sempre accolte e continueremo ad ascoltarli, se si trovano con delle difficoltà il Governo li ascolterà». Nello stesso giorno rompe il silenzio anche Giorgia Meloni per assicurare che «solo dopo che verrà fissata questa soglia» – riferendosi alla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni – «potrà essere accordata l’autonomia alle regioni che ne faranno richiesta».
Per la cronaca: è il giorno in cui, a dieci giorni dall’avvio, i promotori hanno raggiunto le 500.000 firme per richiedere il referendum abrogativo dell’autonomia differenziata. Sono firme che ribadiscono il principio in base al quale l’attuazione dell’Ad non potrà prescindere dal principio di solidarietà. L’unità dei diritti fondamentali esigibili dovranno essere preliminari a qualsiasi passaggio. Ciò vale anche per le richieste di attribuzione di materie o ambiti di materie e delle relative funzioni non associate ai livelli essenziali delle prestazioni. Che dovrebbero comunque considerare parametri di coesione socioeconomica nell’ambito di tutto il territorio nazionale, nel rispetto del principio fondamentale di non discriminazione nel godimento dei diritti e dei servizi relativi, affermati, ma privati di un concreto presidio legislativo di tutela.
Partendo da questa premessa hanno chiesto a Calderoli se, “per quanto di competenza, non intenda sostenere la sospensione dell’avvio dei negoziati su atti di iniziativa regionale e del prosieguo dell’iter di quelli già avviati, fino alla determinazione e al conseguente finanziamento dei livelli essenziali delle prestazioni di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione”.
Ciriani, friulano, autonomista, in dissenso su questo argomento con buona parte del suo partito (Fratelli d’Italia), nei 3 minuti che aveva a disposizione ha detto che il governo intende andare avanti e darà attuazione alla legge ma al tempo stesso si farà “ampiamente carico” delle preoccupazioni espresse. Ha garantito “massimo ascolto” sia per le voci più critiche, sia a chi teme “rallentamenti”. Un colpo al cerchio e uno alla botte
Ciriani ha citato il sito dell’istituto Bruno Leoni (filosofo liberale). Uno studio? No. Il risultato di una ricerca? No. Una difesa ad oltranza dell’autonomia differenziata “che è “altra cosa dal federalismo fiscale”! Pur avocando a sé maggiori competenze . si legge – le Regioni non potranno conquistare il diritto di imporre nuovi tributi né di ridurre quelli esistenti. Perché non viene ribaltata la piramide fiscale, la responsabilità del prelievo resta sempre in capo a Roma”. Salvo poi ammettere che le regioni che faranno richiesta di Ad “otterranno al massimo una compartecipazione al gettito e sperabilmente un maggior margine di manovra in più in relazione ai servizi di cui reclamano la gestione”. Nell’erogazione dei servizi “le regioni non potranno fare peggio dello Stato”, è la conclusione dell’articolo citato dal ministro. Ma al peggio purtroppo non c’è mai fine.
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