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Assolti tutti gli imputati del processo “Dog Center” a Locri: La Corte d’Appello nelle motivazioni imputa i disservizi alle inadempienze economiche dei Comuni.
LOCRI – Con una decisione che ha ribaltato completamente la sentenza di primo grado, la Corte d’Appello di Reggio Calabria, il 14 ottobre, ha assolto gli imputati del processo “Dog Center”. Un’indagine che aveva acceso i riflettori sulle presunte atrocità commesse ai danni dei cani ospitati presso il canile privato Dog Center Sas di Sant’Ilario dello Jonio, struttura di proprietà di Leonzio Tedesco, finita nel mirino della Procura di Locri nel 2019 dopo una serie di denunce da parte di associazioni animaliste e successive ispezioni dei Carabinieri e del Nas. Oltre Tedesco sono stati assolti anche Santi Spadaro, direttore sanitario, i veterinari dell’Asl Giuseppe Rocco Giugno e Mario Marroni, Giorgia Tedesco, Francesco Mediati, Beniamino Macrì, Pasquale Scarfò e Sergio Marasco.
La Corte nel scagionare tutti gli imputati dalle accuse di maltrattamento di animali e truffa aggravata. E, ha individuato la causa dei disservizi e delle condizioni precarie dei cani non nella «crudeltà o nel dolo dei gestori», ma nella crisi sistemica del settore. Questo soprattutto, nelle gravi e perduranti inadempienze economiche delle Amministrazioni Comunali. Sentenza di assoluzione che ha lasciato dietro di sé una scia di indignazione, rabbia e smarrimento. In questi giorni sui social, decine di associazioni animaliste hanno espresso il loro «sdegno e dolore per una giustizia che dimentica i più deboli». Le associazioni accusano il sistema giudiziario di aver voltato le spalle a centinaia di creature maltrattate. Ma la Corte, che in tempi record ha depositato le sue motivazioni della sua decisione, ha voluto guardare oltre le gabbie.
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PROCESSO “DOG CENTER” MOTIVAZIONI: MANCANZA DI RISORSE PER INADEMPIENZE COMUNALI
Nelle oltre 30 pagine di motivazioni i giudici non hanno la sofferenza patita dai cani ospiti della struttura, ma l’ha spiegata come effetto di un collasso più grande, ossia quello di un intero sistema amministrativo. «E’ emersa univocamente, all’esito dell’istruttoria dibattimentale, l’assoluta – scrivono i giudici nelle motivazioni- mancanza di risorse economiche nella disponibilità dell’azienda convenzionata, non causata dal suo titolare, ma quale conseguenza diretta delle inadempienze delle Amministrazioni comunali nel versare i contributi dovuti». E ancora, si legge nelle motivazioni: «i comportamenti descritti nell’imputazione, prima ancora che posti in essere in presenza di una mera esimente, non configurano all’origine il fatto criminoso, in quanto compiuti per necessità, o, stando alla lettera della norma, non compiuti senza necessità».
Secondo la Corte, questa assoluta mancanza di risorse non è imputabile al gestore, ma alle Amministrazioni, ed ha reso «inesigibile» l’adempimento delle prescrizioni. La carenza finanziaria ha impedito l’acquisto di cibo sufficiente, medicine, vaccini, e la retribuzione del personale necessario per pulizia e sgambatura. In sostanza, il canile, nato per la sua funzione, era divenuto inadeguato solo a causa delle inadempienze contrattuali degli Enti pubblici.
UN EURO AL GIORNO PER OGNI CANE
«Com’è noto, i canili funzionano come strutture di accoglienza per cani abbandonati, smarriti o ceduti, gestiti dai comuni (canili municipali) o da associazioni (rifugi), occupandosi di fornire cure sanitarie, cibo e socializzazione. Orbene – si legge ancora nelle motivazioni-, nonostante la gestione dei rifugi di cani randagi dovrebbe essere quindi affidata ai Comuni, spesso questi ultimi, piuttosto che istituire canili pubblici, preferiscono stipulare convenzioni con i privati, i quali si impegnano ad ospitare i quadrupedi e fornire loro assistenza di ogni tipo (cibo, pulizia, vaccini, cure), ricevendo in cambio, dalle stesse Amministrazioni locali, dei contributi per i costi sostenuti. Gli Enti comunali riconoscono, per la verità – scrivono i giudici-, per ogni cane, retribuzioni a volte piuttosto esigue, pari a poco più di 1 euro al giorno».
L’IMPEGNO DEI GESTORI E LE COMPETENZE PUBBLICHE NON ASSOLTE
Emblematico, secondo i giudici, l’episodio in cui Tedesco arrivò a cedere i propri crediti verso i Comuni direttamente al fornitore di mangimi. Questo per garantire che, – scrivono i giudici- una volta ricevuti i pagamenti pubblici, il cibo potesse essere acquistato immediatamente. Lo stesso, si legge motivazioni, andò di persona nelle macellerie per recuperare scarti di carne pur di nutrire gli animali. Arrivando così persino a chiedere prestiti privati per coprire le spese più urgenti. La Corte ha anche evidenziato che le irregolarità relative ai vaccini, alle sterilizzazioni e alla mancanza di microchip non potevano essere imputate al gestore. Poiché, si trattava di adempimenti di competenza delle ASP e delle amministrazioni comunali. Dalle testimonianze emerge che Tedesco aveva più volte segnalato la situazione tramite Pec. E, perfino offerto di eseguire personalmente le chippature, senza mai ricevere l’autorizzazione necessaria.
Il direttore sanitario del canile, Santi Spadaro (difeso dall’ avvocato Domenico Albanese), continuò a svolgere le proprie mansioni anche senza retribuzione, come attestato dalle videoriprese che lo mostrano intento a somministrare farmaci e cure. La Corte ha inoltre escluso qualsiasi responsabilità penale a carico di Giuseppe Rocco Giugno, direttore dell’area C dei servizi veterinari dell’ASP (difeso dall’avvocato Giuseppe Sgambellone) precisando che egli «non ha violato alcuna norma né omesso atti dovuti», anzi fu proprio lui a disporre la sospensione dell’attività del canile in due diverse occasioni. Tuttavia, data l’assenza di altre strutture disponibili, fu costretto a revocare tali provvedimenti per evitare che i randagi tornassero in strada. Il Collegio ha richiamato in proposito il principio costituzionale di personalità della responsabilità penale, ricordando che «l’inefficienza della Pubblica Amministrazione non può essere addebitata ai singoli funzionari che operano con mezzi insufficienti».
NELLE MOTIVAZIONI DEL PROCESSO ” DOG CENTER” VIENE ESCLUSA L’IPOTESI DI TRUFFA AGGRAVATA
Un intero passaggio delle motivazioni è poi dedicato alle ipotesi di truffa aggravata, consumata e tentata, contestate a Leonzio Tedesco e, in parte, al funzionario comunale Sergio Marasco. Secondo l’accusa, Tedesco avrebbe falsamente indicato un numero di cani superiore al reale per ottenere pagamenti indebiti dai Comuni, ma la Corte ha demolito questa tesi definendola «illogica, contraddittoria e infondata».
Le risultanze dibattimentali – si legge – hanno escluso sia gli artifici e raggiri, sia il dolo necessario per configurare il reato. In particolare, è stato accertato che l’identificazione dei cani con microchip, la registrazione all’anagrafe canina e la sterilizzazione non erano competenze del canile, ma delle ASP e delle amministrazioni comunali. «Illogico – osservano i giudici – addebitare al gestore la mancanza di personale veterinario o la non corretta chippatura degli animali, quando era proprio il sistema pubblico a non garantire il servizio».
Addirittura, in alcune circostanze, il Dog Center risultava aver dichiarato meno cani di quelli effettivamente presenti. In quanto alcuni esemplari, erroneamente registrati come deceduti, erano stati rinvenuti vivi. Anche per il presunto sovraffollamento e la mancata sterilizzazione, la Corte ha ritenuto insussistente ogni intento fraudolento. Chiarendo quindi che la situazione era conseguenza diretta delle omissioni pubbliche. I Comuni, evidenziano i giudici, continuavano a inviare nuovi randagi pur conoscendo le criticità e senza fornire risorse o alternative. In definitiva, scrive la Corte, «non vi è prova che Tedesco abbia agito con volontà di trarre profitto illecito. Ma anzi risulta che in più occasioni abbia emesso note di credito in favore dei Comuni per correggere errori di conteggio, anche di propria iniziativa».
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