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La cantautrice calabrese Januaria presenta il suo primo album “Santi, dall’onirico al risveglio”. Un disco intimo e consapevole, capace di muoversi tra sogno e lucidità, memoria e identità, radici e libertà. L’intervista alla cantautrice calabrese.


C’è un tempo in cui il rumore del mondo si attenua e restano solo le domande essenziali. Per Januaria, quel tempo si è materializzato in un isolamento creativo tra i boschi della Sila, dove il silenzio non è stato una fuga ma un incontro necessario. È lì che nasce “Santi, dall’onirico al risveglio”, un album intimo e consapevole, capace di muoversi tra sogno e lucidità, memoria e identità, radici e libertà. Lontano dal frastuono, “Santi” ha il sapore di un ritorno alle origini e di una resa dei conti con la propria interiorità. Un disco che rifiuta scorciatoie e compromessi, mettendo al centro la parola, la voce, l’urgenza di esistere senza filtri.

Un lavoro che prende vita dall’ascolto profondo, prima ancora che dalla scrittura, e si dispiega come un racconto insieme personale e collettivo. Da esso emerge un dialogo sincero, a tratti spigoloso, in cui la cantautrice calabrese ripercorre il proprio viaggio umano e artistico: dal peso del giudizio al bisogno di libertà, dalla scelta dell’indipendenza al ritorno a casa, fino alla necessità — non negoziabile — di restare fedele a sé stessa. “Santi” non è un disco che chiede consenso. Invita all’ascolto. E soprattutto esige verità. Questa è già una presa di posizione. Per scoprire il cuore di questo progetto, abbiamo intervistato Januaria.

Januaria, come nasce questo primo album “Santi, dall’onirico al risveglio”?

«Dal bisogno di dare musica a tutte le parole che avevo dentro e che, grazie al silenzio, sono riuscita finalmente ad ascoltare. Questo disco nasce da un’analisi molto personale delle mie piccole parti, di ciò che può essere esposto o nascosto agli altri, ma non a me stessa. Santi nasce da una canzone che ho scritto tornando in Italia dopo cinque anni in Spagna. Tornando qui mi sono resa conto che era tutto uguale. I “santi” sono le persone che, fin da piccola, mi hanno sempre additata, affibbiandomi appellativi e soprannomi».

Il brano omonimo parla di figure giudicanti e immutabili. Quanto della sua esperienza personale ha influenzato questo pezzo?

«“Santi” è la radiografia della mia vita. Januaria è il mio vero nome e in una città come Catanzaro non era difficile capire chi fossi: credo di essere l’unica a portarlo. Ho fatto anche scelte di vita un po’ particolari: ero l’unica ragazza a frequentare il geometra alle superiori. I “santi” sono queste persone che hanno sempre puntato il dito, accontentandosi di supporre e di credere a ciò che sentivano dire, senza mai cercare un confronto reale».

Ha scelto di registrare in Calabria, con musicisti e amici locali. Che ruolo hanno avuto le sue radici in questo progetto?

«Fondamentale. Sono stata tanti anni fuori: Bologna, Milano, poi la Spagna. L’idea di tornare c’è sempre stata e il Covid ha accelerato le cose. Il mio sogno è vivere qui, avere una casa nel bosco, con le capre e i cavalli. Ma vivere qui, soprattutto per un artista, non è semplice. Spesso la musica è vista come un hobby, mentre per me è la vita, quello che mi dà da mangiare ogni giorno. Mi sono sempre chiesta perché in altre città dire “sono una cantautrice” sia normale, mentre qui suscita sorrisi. Forse questo disco nasce anche dal bisogno di dimostrare — prima di tutto a me stessa — che si può vivere di musica ovunque. Perché non in Calabria? Io sono profondamente legata a questa terra e quello che abbiamo qui non c’è da nessun’altra parte».

Januaria, nell’album si percepiscono influenze diverse, dal cantautorato bolognese alla sua terra d’origine. Come convivono?

«Bologna mi ha influenzata molto, soprattutto nel modo di scrivere canzoni senza ritornello. Non credo che la musica debba per forza inseguire la classifica o il pezzo pop. Allo stesso tempo, ho portato nel disco tante piccole cose della mia infanzia e adolescenza qui. La voglia era quella di lavorare con persone del posto, con la mia stessa necessità e lo stesso desiderio di restare. Tutto nasce dalla voglia di casa».

Il suo approccio alla voce è molto diretto, quasi confessionale. Come lo ha costruito?

«È come fare una seduta dallo psicologo. Quando suono è come se avessi davanti qualcuno che capisce davvero quello che ho dentro e il mio bisogno di tirarlo fuori. Vivo tutto con molta enfasi, gioia e dolore, e ho trovato nella musica la strada giusta per farlo».

Dopo Amici e le esperienze internazionali, cosa l’ha spinta a seguire una strada indipendente?

«La necessità di restare chi sono. Non escludo che un giorno possa firmare un contratto, ma quando entri in una major spesso ti dicono cosa puoi o non puoi dire. In questo disco nessuno mi ha chiesto di cambiare una parola. Anzi, gli sponsor che hanno deciso di sostenermi mi hanno detto: “Sei tu così”. Il mio sogno è creare una piccola casa discografica dove le persone possano esprimersi liberamente, non per arrivare prime in classifica, ma perché quello che fanno le rappresenta davvero».

Non è scontato restare fedeli a sé stessi…

«Sai quante volte mi dicono di scrivere un pezzo che possa diventare il tormentone del momento? Non lo faccio. Perché poi, per tornare nei miei panni, ci metterei una vita. Se devo arrivare alla gente, preferisco farlo così».

Januaria, se dovesse descrivere il viaggio emotivo dell’album in tre parole?

«Vero, profondo, pensato. C’è stato un grande lavoro di riflessione dietro».

C’è qualche curiosità legata alla preparazione dei brani?

«Sì, nella copertina del disco sono nascosti molti elementi che rimandano direttamente alle canzoni. Ascoltare “Santi” osservando l’artwork permette di cogliere dettagli e rimandi che emergono solo con uno sguardo attento».

Può svelarci almeno uno di questi elementi nascosti che abitano le canzoni e ne ampliano il significato?

«Sono una grande bevitrice di Campari, infatti appare anche in copertina. Non a caso c’è un brano che si intitola così. Poi c’è Adelmina, il mio alter ego: nella traccia numero tre racconto la mia vita fino a oggi. In un verso canto “Adelmina sola bevi il tuo mirtillo dalle dieci di mattina” e nella corona della donna raffigurata in copertina — che rappresenta proprio Adelmina — è nascosto un mirtillo».

Com’è nata la copertina di “Santi”?

«L’ha realizzata mio marito. Ci siamo divertiti a giocare con questi simboli: la gallina, gli elefanti… sono tutti elementi che vivono nelle mie canzoni».

Januaria, progetti futuri dopo l’uscita dell’album?

«Presenteremo “Santi” a Catanzaro, Cosenza, Roma, Bologna, Milano e Firenze. Le date sono ancora in definizione. Il 24 dicembre sarò al Relish di Catanzaro Lido».

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