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Il Tribunale di Cosenza (foto d'archivio)

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I lavoratori dell’Ufficio per il processo (Upp) di Cosenza esprimono preoccupazione in merito alle modalità e alle conseguenze delle procedure di stabilizzazione


COSENZA – Di fronte a un concorso che rischia di trasformarsi in una lotteria, i lavoratori dell’Ufficio per il Processo (Upp) gridano il proprio sdegno attraverso una nota. «Una manovra che ignora la continuità del servizio e il sacrificio di migliaia di professionisti», si legge.

NEL MIRINO LE PROCEDURE DI STABILIZZAZIONE

«Doveva essere il fiore all’occhiello della giustizia italiana, il motore del Pnrr per abbattere l’arretrato giudiziario. Invece, per migliaia di addetti dell’Ufficio per il Processo, la tanto attesa “stabilizzazione” si sta trasformando in un incubo burocratico e umano», spiegano i lavoratori.

«Una prova già superata e una professionalità a rischio. La premessa è semplice: questi lavoratori una selezione l’hanno già fatta e vinta. Hanno acquisito sul campo, tra le scrivanie dei tribunali, una professionalità specifica che oggi rischia di essere dispersa», si legge ancora.

«La stabilizzazione, per definizione giuridica e logica, dovrebbe essere la naturale conversione dei contratti da tempo determinato a tempo indeterminato. Invece, il Ministero, propone un nuovo concorso che appare non solo inutile, ma pericoloso: una nuova graduatoria che rischia di stravolgere i meriti già acquisiti e, soprattutto, di costringere i lavoratori a spostamenti forzati all’interno del distretto o addirittura sul territorio nazionale. Il paradosso del posto di lavoro: o ti sposti o sei fuori. E in effetti, allo stato, circa 1500 lavoratori non saranno stabilizzati a causa del mancato reperimento delle risorse finanziarie», lamentano i lavoratori di Cosenza.

IL RISCHIO DI SPOSTAMENTO IN ALTRE SEDI

«Nessuno deve restare fuori e nessuno deve essere spostato dal proprio ufficio”, gridano i lavoratori. Allontanare un addetto dalla sede in cui ha operato negli ultimi anni significa non solo distruggere la sua vita privata e familiare, ma anche svuotare di senso il lavoro fatto finora, i legami professionali e l’organizzazione del lavoro consolidatisi all’interno degli uffici, con inevitabili conseguenze in termini di inefficienza. La continuità operativa è la chiave del successo dell’UPP; interromperla per un gioco di incastri algoritmici è un danno alla Giustizia stessa. E invece si procede a marce forzate con la calenderizzazione delle prove; una procedura incomprensibile e disumana se si pensa che chi non potrà parteciparvi sarà condannato a perdere il proprio posto di lavoro. Una clausola che appare in netto contrasto con i principi costituzionali e con le promesse di tutela fatte dall’Europa e dal Governo al momento del reclutamento. Una fiducia tradita, perché una selezione è stata già fatta.

IL GRIDO D’ALLARME DEI LAVORATORI DELL’UFFICIO PER IL PROCESSO

«Oggi siamo stanchi!». Dicono i lavoratori. Molti hanno rinunciato ad altre opportunità di carriera, investendo tutto nella passione per il proprio lavoro e nella fiducia data alle istituzioni. Quel patto oggi sembra stracciato da una manovra calata dall’alto che ignora le esigenze reali delle famiglie. La bagarre delle graduatorie sta generando un clima di sfiducia che rischia di paralizzare gli uffici. La richiesta è una e ferma: la certezza della stabilizzazione per tutti, nella sede dove ciascuno sta già prestando servizio. Non sono queste le premesse politiche e giuridiche su cui è nato l’UPP. Il Governo non può voltare le spalle a chi ha permesso alla giustizia italiana di rialzarsi, trasformando un successo collettivo in una guerra tra poveri basata su spostamenti forzati e concorsi fotocopia.

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