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Park Eun-bin nei panni di Eun Chae-ni in "The Wonderfools"

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Il nuovo successo kdrama ambientato nella Haeseong City del 1999; “The Wonderfools” riesce a trattare un genere consumato come quello dei supereroi e restituirlo allo spettatore in chiave nuova.


C’È un momento, nei primissimi minuti di The Wonderfools in cui la protagonista Eun Chae-ni decide di fingersi rapita per racimolare abbastanza soldi da realizzare i suoi ultimi desideri prima di morire. Il piano è pessimo. L’esecuzione è ancora peggio. E il posto dove finisce, una discarica collegata a un laboratorio segreto chiamato Progetto Wunderkinder, trasformerà lei e i suoi complici involontari in qualcosa che nessuno di loro aveva chiesto di diventare. Fin qui, niente di radicalmente nuovo.

Ma è nel modo in cui la serie di Yoo In-sik tratta questa materia logora che The WONDERfools guadagna il suo posto in ciò che la serialità coreana sa fare meglio degli altri: prendere un genere consumato fino all’osso e restituircelo come se non lo avessimo mai visto.
La serie, disponibile su Netflix, è il nuovo successo dei kdrama della grande hallyu, ma è qualcosa di diverso, un segno che gli asiatici sanno stupire quando vogliono. E sanno osare. La serie è ambientata a Haeseong City nel 1999, e la scelta del periodo non è puramente decorativa.

IL FANATISMO CHE OCCUPA GLI SPAZI LASCIATI DALLE ISTITUZIONI

La Corea di quell’anno è un paese che ha appena attraversato la crisi del Fondo Monetario Internazionale – quel collasso economico del 1997-98 che ha lasciato cicatrici difficili da misurare in PIL ma facili da leggere nelle famiglie distrutte, nella sfiducia nelle istituzioni. Anche noi italiani ne sappiamo qualcosa. Su quella ferita ancora aperta arriva il Millennium Bug: l’idea che i computer di tutto il mondo potrebbero smettere di funzionare allo scoccare del 2000. L’apocalisse tecnologica su un trauma sociale ancora vivo. La Chiesa dell’Eterna Salvezza, il culto religioso che prospera in città alimentando le paure millenariste, non è un villain da cartone animato: è il ritratto di come il fanatismo occupa gli spazi lasciati vuoti dalle istituzioni.

The WONDERfools pianta la sua storia di inadatti con superpoteri in questo terreno, e non è una scelta innocente. Il quartetto protagonista funziona perché nessuno di loro ha nulla da perdere. Eun Chae-ni è interpretata da Park Eun-bin, che chi ha visto Avvocata Woo la conosce bene: là era l’avvocata autistica che sgretolava le certezze del sistema giuridico coreano episodio dopo episodio, qui è una ragazza malata di cuore con un registro comico fisicamente inesauribile, capace di passare dall’emozione autentica alla smorfia grottesca senza che la transizione si veda. Il potere che sviluppa è legato al battito cardiaco accelerato: si teletrasporta, sempre nel posto sbagliato, sempre nel momento peggiore.

“THE WONDERFOOLS”, QUANDO I SUPEREROI PORTANO IL PESO DELLA LORO STORIA

Di fronte a lei c’è Cha Eun-woo, che il pubblico coreano conosce principalmente come il bello di turno di una decina di rom-com, True Beauty in testa, e che qui si trova a fare qualcosa di più complicato. Il suo Lee Woon-jung, funzionario pubblico telecinetico con un passato oscuro dentro il Progetto Wunderkinder, porta il peso della storia, non della fotogenia. Funziona, anche se il personaggio sulla carta è quello più schiacciato dalla trama. Il soggetto originale è firmato da Kang Eun-kyung, che chi segue i K-drama su Netflix aveva già incontrato dietro La creatura di Gyeongseong: anche lì un laboratorio segreto, anche lì corpi usati come materiale dalla scienza, anche lì il confine tra vittima e mostro sfumato fino a rendersi irriconoscibile.

Non è un caso che i due progetti si assomiglino nell’ossatura. È una firma riconoscibile. Il registro comico è la parte più rischiosa e, quando funziona, la più riuscita.
C’è una sequenza nel quarto episodio in cui Son Gyeong-hun sposta un camion usando la sua forza sovrumana mentre tiene ancora in mano un mazzo di fiori: non è un inserto comico, è il centro della scena, e dice tutto su come la serie intende abitare il genere. Non è parodia per principio. Lo abita dall’angolazione di chi non si è mai sentito all’altezza del ruolo che gli è stato assegnato. Gli effetti speciali non hanno il budget di una produzione americana, ma Yoo In-sik usa il limite con intelligenza: le sequenze più memorabili puntano sull’assurdo piuttosto che sullo spettacolare, sulla dissonanza tra ciò che i protagonisti fanno e la loro espressione di pura perplessità nel farlo.

UNA MESCOLANZA DI TONI DA NON PERDERE

Il problema, ed è un problema reale, sono gli episodi centrali. Non è un difetto da attribuire alla “grammatica coreana” – quella categoria rischia di diventare un modo per non giudicare davvero ciò che si guarda. È un problema di scrittura: la sceneggiatura di Heo Da-joong regge l’architettura complessiva ma lascia alcuni archi secondari dilatarsi oltre il necessario.
Il Progetto Wunderkinder funziona meglio come minaccia implicita che come spiegazione esplicita, e il mystery si chiude su coordinate abbastanza note – l’immortalità come obiettivo del villain, il confine tra vittima e perpetratore – senza il coraggio di portarle da qualche parte di inaspettato. La forza della scrittura di questa serie sta nei suoi personaggi e non è la prima volta che la serialità coreana punta su questo.

Che sia un limite? Forse, ma certamente quello che fanno lo sanno fare bene. E dobbiamo ammettere che stanno anche crescendo molto. La domanda che The WONDERfools pone e che il finale lascia aperta con più onestà di quanto ci si aspettasse, non è quella classica del genere supereroistico. Non è: cosa faresti con un potere che non hai chiesto? È: cosa fai con una capacità che ti è stata data da qualcuno che ti ha usato? Cosa significa avere un dono che porta impressa la firma di un abuso? La serie non lo predica. Ride, poi pone una domanda, poi ride di nuovo. Proprio questa mescolanza di toni è ciò che la rende da guardare e da non perdere.

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