Jacob Elordi nei panni della Creatura in Frankenstein
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Netflix ha dato una casa a una visione con Jacob Elordi e Oscar Isaac; “Frankenstein” di Guillermo del Toro, un adattamento che porta con sè arte, tristezza e spettacolo.
Inutile stare qui a dire di cosa parliamo, perché tutti sapevano che l’appuntamento di Novembre su Netflix fosse la versione di Frankenstein di Guillermo del Toro, anche perché è sempre di più un fattore produttivo oltre che artistico, visto la brevissima distribuzione nei cinema. Non è più un fatto episodico che le piattaforme di streaming producono i registi della “settima arte” e questo vuol dire che le cose sono cambiate. Andiamo avanti.
C’è una scena, verso la metà di questa nuova, potente versione di Frankenstein firmata da Guillermo del Toro, in cui la Creatura, ben interpretata da Jacob Elordi, non sta distruggendo nulla. Non sta lanciando grida di rabbia né compiendo vendette. Sta seduta in un granaio. Semplicemente. La sua figura titanica – Elordi è alto quasi due metri – e cucita goffamente accovacciata nella paglia, mentre ascolta il suono di un violino che filtra da assi di legno. Il suo volto, un mosaico di cicatrici e dolore, non esprime furore, ma uno struggimento profondo e umano.
L’INCAPACITA’ DI SUPERARE LE CONSEGUENZE DELLA CREAZIONE
In quel silenzio carico di pathos, Del Toro ci consegna il cuore non solo del suo film, ma dell’intero, tormentato mito di Mary Shelley: la disperata, universale ricerca di un posto nel mondo. In quel momento rivive nel film il senso del romanticismo-gotico della Shelley. Netflix, con questa produzione, non ha semplicemente acquisito un film; ha dato una casa a una visione.
E Del Toro, come il suo Victor Frankenstein (un ossessionato e fragile Oscar Isaac), è un creatore che non si accontenta di assemblare pezzi di altri horror.
Lui infonde un’anima. Il suo non è un semplice adattamento, è una risonanza, un dialogo profondo e personale con il testo del 1818, filtrato attraverso la lente poetica e grottesca che ha reso unici film come Il labirinto del fauno e La forma dell’acqua. La storia, in superficie, la conosciamo tutti: lo scienziato Victor Frankenstein, accecato dall’ambizione e dal dolore per la perdita della madre, viola i confini tra vita e morte dando vita a una creatura assemblata da resti di corpi.
Inorridito dal proprio atto blasfemo, la abbandona, scatenando una catena di eventi tragici.
Del Toro non usa la storia come un trampolino per gli spaventi. La usa come un bisturi per sezionare l’animo umano. Oscar Isaac dona a Victor una carismatica follia, un’eleganza malata e un ego smisurato. Non è il classico scienziato pazzo da laboratorio fumante; è un uomo brillante e dannato, il cui amore per la vita è superato solo dalla sua incapacità di accettare le conseguenze della creazione. C’è un turbine di orgoglio, egocentrismo, colpa e disperazione che ipnotizza e respinge allo stesso tempo.
“FRANKENSTEIN”, GUILLERMO DEL TORO DA’ ALLO SPETTATORE LA VERA MOSTRUOSITA’
Dopo il padre c’è il figlio: Jacob Elordi, la Creatura. Un’interpretazione molto convincente. Attraverso una combinazione di protesi che richiedevano 11 ore di trucco ogni volta (segno di rispetto di Del Toro per l’artigianato cinematografico) e un lavoro corporeo minuzioso, la sua Creatura non è un mostro. È un bambino in un corpo da gigante. I suoi occhi, profondi e lucidi, sono pozzi di una confusione infinita. Impara a parlare, a leggere con un cieco come guida, un chiaro omaggio al classico della Universal ma anche a Tiresia il cieco veggente della mitologia greca, a comprendere la filosofia e la bellezza. La sua violenza non è innata; è una risposta diretta, logica e devastante al dolore che il mondo gli infligge.
La vera mostruosità, per Del Toro, non risiede nell’aspetto della Creatura, in l’ha creata e poi rinnegata.
Esteticamente, il film è un inno gotico e al barocco. La fotografia di Dan Laustsen, già collaboratore di Del Toro, dipinge ogni inquadratura con una tavolozza di ambra, blu profondi e neri vellutati. La Geneva del film non è una città reale, ma un luogo da favola oscura, sospesa tra il sogno e l’incubo. I laboratori sono luoghi alchemici, pieni di macchine bizzarre che sembrano funzionare più per magia che per scienza, con luci che balenano in bottigliette e fluidi che pulsano in tubi di vetro. È un mondo dove la meraviglia e l’orrore sono due facce della stessa medaglia. E in questo mondo, la colonna sonora e il design sonoro giocano un ruolo fondamentale. Siamo di fronte ad un’esperienza sinestetica che ti avvolge completamente, trascinandoti in questa realtà alternativa eppure terribilmente tangibile.
RIVEDERE LA DEFINIZIONE DI UMANO
Gli appassionati del genere riconosceranno con gioia i riverberi dei classici. C’è l’ombra lunga del Frankenstein di James Whale (1931), soprattutto nella iconografia della Creatura, ma Del Toro ne stravolge il pathos, rendendolo più complesso e sofferente, influenzato dalla poesia dark di Burton e della epicità malata di Cronenberg. E, naturalmente, c’è un profondo dialogo con il romanzo di Shelley, da cui il film attinge a piene mani per i monologhi più disperati della Creatura. Si viaggia fra i temi classici dell’alienazione, della ricerca dell’amore, della colpa e dell’abbandono, della natura buona e della società degli uomini che corrompe per un’educazione che forza all’odio. Poi c’è la bellezza nel grottesco, tipica del cinema di Del Toro che trova commovente la bellezza nella figura della Creatura.
Le sue cicatrici sono la sua storia, i suoi occhi sproporzionati sono finestre su un’anima sensibile. Ci costringe a riconsiderare la nostra definizione di “mostruoso” e a chiederci dove risieda veramente la bruttezza. Ci costringe a rivedere la nostra definizione di “umano.” Guillermo del Toro ha risvegliato Frankenstein con un film che celebra il potere del cinema di raccontare storie senza tempo, di interrogarci sulla nostra umanità e di trovare, persino nelle tenebre più fitte, un barlume di compassione. Un film che risponde bene anche alle critiche della società senza narrazione poste dal filosofo sudcoreano di nascita e di formazione tedesca Byang-chul Han.
In un’epoca di produzioni in serie questo Frankenstein è un atto d’amore per il cinema, anche se realizzata da una piattaforma streaming, una creatura unica e meravigliosa che, proprio come il personaggio che ritrae, chiede solo di essere intrapresa ed esperita.
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