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Emanuel e la mamma (entrambi i genitori hanno richiesto e autorizzato la pubblicazione)

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A Brienza la battaglia di Concettina Micoli per il figlio autistico: ricorso contro il Comune per aumentare l’assistenza scolastica. Scontro su diritti, inclusione e risorse. La richiesta: un incremento del sostegno specialistico a lezione: «Per il suo futuro»


BRIENZA — «Ho cinquant’anni. E penso spesso a quando non ci sarò più».
La battaglia di Concettina Micoli si combatte su un duplice fronte. Da una parte le carte bollate, dall’altra le strade percorse avanti e indietro per una terapia, i corridoi degli uffici pubblici, le stanze delle scuole, le notti trascorse a chiedersi che ne sarà di un figlio quando non si avrà più la forza di proteggerlo.
In questo momento la donna è impegnata in un contenzioso davanti al Tribunale di Potenza contro il Comune di Brienza per ottenere un incremento dell’assistenza specialistica scolastica destinata al figlio Emanuel, otto anni, bambino affetto da disturbo dello spettro autistico.

BRIENZA, MADRE IN TRIBUNALE CONTRO IL COMUNE PER I DIRITTI DEL FIGLIO AUTISTICO

Una vicenda che va oltre il singolo caso e che pone una domanda più generale: quanto vale, concretamente, il diritto all’inclusione nei piccoli centri?
Per raccontarla bisogna partire da lontano. Per sedici anni Concettina ha lavorato ino uno studio notarile. Racconta di essersi occupata di successioni e testamenti, di avere trascorso gran parte della propria vita professionale accanto agli anziani. Poi è arrivata la diagnosi di Emanuel e tutto è cambiato.
«Ho dovuto lasciare il lavoro – spiega – Un bambino autistico non lo puoi affidare semplicemente a una babysitter».

I SACRIFICI DI UNA MADRE

Da allora la quotidianità della famiglia è stata scandita dalle terapie e dagli spostamenti. Per anni madre e figlio hanno affrontato continuamente il tragitto tra Brienza e Villa d’Agri per seguire i percorsi riabilitativi.
«Ho fatto di tutto per far diventare verbale mio figlio», dice con orgoglio.
Essere “verbali” vuol dire che il bambino è in grado di utilizzare il linguaggio parlato per comunicare. Una capacità d’importanza capitale.

Accanto a lei c’è il compagno, che lavora di notte. Sei turni notturni consecutivi, racconta la donna, per poter garantire durante il giorno la presenza necessaria accanto al figlio. Sacrifici su sacrifici su sacrifici che non trovano spazio nelle statistiche o nei bilanci pubblici.
Eppure è proprio attorno ai numeri che oggi si sviluppa il nuovo scontro. Nei mesi scorsi Micoli aveva già ottenuto una significativa vittoria giudiziaria contro l’Inps, condannato anche a pagare la consulenza tecnica del tribunale. Una battaglia che, precisa, non aveva intrapreso per ragioni economiche.

BRIENZA, LOTTA CONTRO IL COMUNE, LE PRIME VITTORIE

«Non l’ho fatto per i soldi – spiega – L’ho fatto perché senza quel riconoscimento a scuola gli avrebbero dato solo undici ore di sostegno».
L’accertamento della gravità della condizione del bambino e il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento hanno consentito un ampliamento delle misure di sostegno scolastico.
La mamma era convinta che quel passaggio avrebbe risolto gran parte dei problemi. Non è stato così.

Secondo il ricorso presentato al Tribunale di Potenza, Emanuel necessita di un affiancamento costante durante l’orario scolastico. Nel documento depositato dall’avvocata Annunziata Abagnara si sostiene che il quadro clinico del bambino, affetto da una forma di autismo con connotazione di gravità, richieda un supporto continuativo per l’intero tempo scuola, pari a quaranta ore settimanali. Attualmente il Comune – si legge nel testo – garantirebbe soltanto due ore settimanali di assistenza specialistica all’autonomia e alla comunicazione. Micoli sostiene di avere tentato ogni strada prima di arrivare in tribunale: richieste protocollate, incontri con gli assistenti sociali, solleciti e diffide.
«Le parole se le dimenticano», dice amaramente la madre.

Nel ricorso si evidenzia che la diagnosi funzionale e la documentazione sanitaria richiederebbero la presenza di due figure distinte: l’assistente fisico e l’assistente all’autonomia e alla comunicazione. È soprattutto su quest’ultima figura che si concentra la contestazione.

LA VITA SCOLASTICA DEL BIMBO

La donna descrive con toni accorati la vita scolastica del figlio. Racconta di essere stata chiamata più volte durante le crisi comportamentali per andare a prenderlo a scuola. Specifica che, senza personale adeguatamente formato, i bambini autistici rischiano di essere semplicemente gestiti e non realmente accompagnati in un percorso educativo.

«Se ci fosse qualcuno capace di intervenire quando va in sovraccarico, saprebbe cosa fare», osserva. Ma la questione è anche un’altra: il desiderio di rendere il figlio il più possibile maturo e autonomo. «Se un’ora è assistito e l’altra è abbandonato sulla sedia, tutto ciò che di buono ha fatto la maestra prima diventa vano. Inizia ad assorbire anzi le cose cattive».
La sua preoccupazione non riguarda soltanto Emanuel. Durante gli anni trascorsi tra visite mediche, commissioni e uffici pubblici è diventata un punto di riferimento informale per altre famiglie. «Mi chiamano per sapere come fare una domanda, come ottenere un assegno di frequenza», racconta scherzando amaramente sul fatto che, a forza di aiutare gli altri genitori, potrebbe quasi aprire «un Caf specializzato».

Dietro l’ironia emerge però una denuncia precisa. A Brienza, sostiene, ci sarebbero sette bambini con disturbi dello spettro autistico. Troppo pochi, forse, per fare massa critica. «Le altre mamme non si espongono», dice. La sua scelta di farlo pubblicamente nasce anche da qui: «Il mio coraggio deve essere un esempio».

BRIENZA, COMUNE, DIRITTI, SERVIZI EROGATI E PRIORITÀ

Uno dei punti più controversi della vicenda riguarda il rapporto tra disponibilità economiche e servizi erogati. La madre contesta apertamente le priorità dell’amministrazione comunale: «Si trovano soldi per le feste, per le manifestazioni, per fesserie. Per questi bambini, no».

È un’accusa che il sindaco di Brienza respinge con fermezza.

LE RISPOSTE

Raffaele Collazzo risponde alle domande dell’Altravoce Il Quotidiano e sottolinea che per l’anno scolastico 2025-2026 sono stati stanziati 11.991 euro, interamente a carico del bilancio comunale, per garantire il servizio a otto utenti. La distribuzione delle ore, viene precisato, è stata definita dai servizi sociali «a seguito di un’attenta analisi delle richieste e delle relative diagnosi funzionali pervenute».

Ed è sempre Collazzo a evidenziare che l’assistenza specialistica non può essere considerata una copertura totale del tempo scuola: «L’assistenza specialistica comunale si inserisce in questo quadro come uno strumento aggiuntivo rispetto alle tutele e alle risorse già fornite dalla scuola», scrive il sindaco. Per questa ragione, aggiunge, «risulta pressoché impossibile coprire l’intero orario scolastico del bambino con la sola assistenza specialistica».
L’amministratore segnala anche la difficoltà di coordinamento con il sistema didattico, osservando che «è l’istituzione scolastica a definire e indicare i reali bisogni dell’alunno attraverso i Glo», i Gruppi di lavoro operativi per l’inclusione.

Sul fronte delle risorse economiche il Comune afferma di essere impegnato nel reperimento di fondi aggiuntivi.
Alla Regione Basilicata «è già stata inoltrata una richiesta di stanziamento tramite l’Ambito sociale di zona, finalizzata a ottenere un supporto economico fondamentale per sostenere le spese destinate a tutti i bambini con bisogni speciali».
«Per il prossimo anno scolastico – assicura – le risorse sono state incrementate. Il servizio di assistenza specialistica è stato inserito nelle schede Ripov per un importo di 15.000 euro, quota che coprirà l’anno scolastico 2026/2027 e una parte del successivo».

LA POSIZIONE DEL COMUNE DI BRIENZA

Quanto alle accuse relative alle spese per eventi e manifestazioni, il sindaco precisa che «l’Ente non impiega fondi propri comunali per tali finalità, ma utilizza esclusivamente risorse e finanziamenti esterni specificamente vincolati ai progetti ludici».
Collazzo infine garantisce «la massima sensibilità e la costante disponibilità del sottoscritto e dell’amministrazione nei confronti del nucleo familiare in oggetto. A dimostrazione di questa attenzione e per offrire un aiuto che andasse oltre l’ambito strettamente scolastico, alla famiglia era stato proposto anche il servizio di assistenza domiciliare. Tale misura, pensata per garantire un supporto continuo anche nel contesto domestico, non è stata tuttavia accettata dagli interessati». L’ente e il sindaco «rimangono in ogni caso a completa disposizione per qualsiasi futuro dialogo, confronto o necessità».

DUE MONDI DISTANTI

Le due posizioni restano distanti. Da una parte un’amministrazione che rivendica gli sforzi compiuti e richiama i limiti strutturali di un piccolo ente locale; dall’altra una madre che considera insufficiente quanto finora garantito e che continua a vedere nel tribunale l’unica strada rimasta.
Nel ricorso depositato a Potenza viene chiesto un provvedimento urgente che imponga al Comune l’immediata integrazione delle ore di assistenza e, nel merito, il riconoscimento del carattere discriminatorio della condotta contestata. Sarà il giudice a stabilire chi abbia ragione.

PENSIERI

Nel frattempo, però, la vicenda di Emanuel continua a raccontare qualcosa che va oltre una controversia amministrativa. Racconta la fatica silenziosa di molte famiglie che convivono con la disabilità e che spesso si trovano costrette a trasformarsi in assistenti, terapisti, consulenti burocratici e, infine, anche in combattenti.

«Ho cinquant’anni», dice Concettina Micoli. «E penso spesso a quando non ci sarò più».

È probabilmente questa, più di ogni altra, la ragione per cui continua a lottare.

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