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Il mezzo danneggiato

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L’imprenditore vibonese Pietro Nocera dopo le intimidazioni e il recente incendio di due escavatori nel reggino, lancia un appello alle istituzioni: «Se ci lasciano soli sarò costretto a chiudere e licenziare 22 persone»


Le fiamme nella notte per imporre la legge del racket, il segnale satellitare che suona quando ormai è troppo tardi e un danno economico enorme per una piccola azienda che ha fatto della legalità il proprio vessillo. Nuovo, grave atto intimidatorio in provincia di Reggio Calabria, dove un incendio di chiara natura dolosa ha preso di mira un cantiere pubblico attivo nel comune di Cosoleto.
A subire il pesante danneggiamento è stato un noto imprenditore vibonese, Pietro Nocera, amministratore della Costruire Group Srl, l’impresa affidataria dei lavori per la realizzazione della rete di collettamento delle acque bianche e meteoriche del paese.

INTIMIDAZIONI E INCENDI, AL CANTIERE DI PIETRO NOCERA

Il raid incendiario è scattato nel cuore della notte. Secondo quanto ricostruito nella denuncia presentata ai carabinieri dallo stesso Nocera, ignoti si sono introdotti nell’area di cantiere e hanno appiccato il fuoco a due mezzi d’opera parcheggiati: un escavatore Yanmar e un Bobcat. L’allarme è scattato precisamente alle ore 2.22, grazie al sistema di rilevamento satellitare installato su uno dei mezzi, che ha segnalato un’anomalia alla centrale operativa. Solo alcune ore più tardi, l’imprenditore è stato ufficialmente informato del disastro dalle forze dell’ordine, intervenute sul posto per i primi rilievi e per avviare le indagini. Al momento i militari dell’Arma non escludono alcuna pista, ma quella del racket delle estorsioni resta l’ipotesi più accreditata.

IL DANNO E I PRECEDENTI

«A Vibo i problemi cessati dopo Rinascita-Scott». Per la Costruire Group Srl, il bilancio economico del rogo è pesantissimo: «Quest’ultimo episodio mi ha creato un danno di 180.000 euro, una cifra importante per una società piccola come la mia», ha dichiarato Pietro Nocera. L’imprenditore ha riferito ai carabinieri di non aver ricevuto, di recente, minacce o richieste estorsive specifiche per l’appalto di Cosoleto, iniziato lo scorso marzo. Tuttavia, la sua è una storia tristemente segnata dalla violenza criminale.

Nocera, che fa questo lavoro da 15 anni dopo un passato alle dipendenze di un’altra importante realtà nazionale del settore, ha ricordato la lunga scia di danneggiamenti subiti da quando si è messo in proprio, vincendo esclusivamente appalti pubblici: «In questi anni ho avuto un sacco di fastidi: hanno sparato contro i miei mezzi e incendiato i camion». Un incubo che sembrava essersi ridimensionato nella sua terra d’origine: «A Vibo Valentia, prima della maxi-operazione Rinascita-Scott, ho avuto tantissimi problemi e minacce. Dopo quel blitz, però, tutto è cessato. Cosa significa questo? Che se lo Stato c’è, ha sempre la meglio sulla criminalità».

PIETRO NOCERA, IL GIURAMENTO ANTIRACKET E L’APPELLO ALLO STATO

«Se restiamo soli è la fine». Nonostante il duro colpo, la reazione dell’imprenditore vibonese resta ferma e orgogliosa, legata a un patto di legalità sottoscritto prima di tutto con se stesso: «Quando mi sono messo in proprio ho fatto un giuramento: che un euro alla mafia non lo darò mai. Io sono uno che ha sempre denunciato, ho ricevuto tante minacce ma non mi sono mai piegato, anzi in passato sono riuscito a far arrestare chi voleva mettermi sotto estorsione».

Un coraggio che oggi, nel 2026, si scontra però con l’amarezza di dover fare i conti con dinamiche criminali ancora asfissianti e con il rischio della solitudine istituzionale. Nocera ha scelto deliberatamente di non scappare dalla Calabria, rifiutando la via più semplice di trasferire l’attività nelle regioni del Nord Italia: «Ho scelto di lottare qui, pur consapevole dei problemi, anche per i miei dipendenti, per i quali ci sono sempre stato. Ma è chiaro che non dobbiamo essere lasciati soli».

IL RISCHIO CHE IL PESO DEGLI ATTACCHI DIVENTI TROPPO

Il rischio, adesso, è che il peso economico e psicologico di questi attacchi diventi insostenibile, trasformandosi in una sconfitta collettiva: «Continuerò a lottare finché mi si consentirà di lavorare e se le istituzioni mi saranno vicine. Altrimenti – conclude amaramente l’imprenditore – sarò costretto a chiudere l’azienda e mandare a casa 22 padri e madri di famiglia. Se un giorno deciderò di lasciare, sarà solo perché non ho più trovato l’appoggio dello Stato. E in quel caso sarebbe una sconfitta non solo per me, ma per tutti».

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