Il regista e attore Nino Giannotta
6 minuti per la letturaUN RITORNO a casa nei panni del giurato: Nino Giannotta, Ninooooo sui social, siederà nella giuria della settima edizione del Calabria Movie Film Festival, in programma a Crotone da oggi al 30 luglio. E’ la prima volta con una giuria composta da cinque professionisti del cinema e dell’audiovisivo.
Per il regista Giannotta, attore e divulgatore nato a Oppido Mamertina nel 1995 e approdato a Milano, è un appuntamento che profuma di radici: riportare in Calabria quello sguardo trasversale capace di unire cinema d’autore e nuove forme della comunicazione digitale. Sui social, dove su Instagram ha un seguito sempre in crescita, Nino parla di cinema a modo suo, attraverso classifiche, metodologie e reel che stravolgono la divulgazione tradizionale e avvicinano generazioni diverse alla Settima Arte. Ma è soprattutto autore. Nel 2024 ha scritto, diretto, interpretato e montato «Tre Euro e Quaranta», film nato da un aneddoto reale con Milano sullo sfondo, in cui racconta la fatica di restare a galla con pochi spiccioli in tasca. Un vero racconto generazionale.
Nel 2026 firma regia, soggetto e sceneggiatura del cortometraggio «Homo Homini Lupus». Dal telefono alla macchina da presa, Giannotta nella giuria del Calabria movie Film Festival porta tutto sé stesso. Abbiamo chiacchierato del suo ruolo di giurato e dei suoi progetti.
Cosa significa per Nino Giannotta essere nella giuria del Calabria Movie Festival?
«Per me è la prima esperienza in assoluto. Arriva a metà di un percorso tra il primo film, fatto a Milano da scapestrati e senza soldi ma portato in giro per l’Italia, e il film nuovo che vorrei fare in Calabria, nel mio piccolo paesino. Il Calabria Movie è quasi un ponte tra questi due progetti: il testimone di una voglia di tornare a casa dopo dieci anni fuori. Questo festival mi dice: “Ok, possiamo provare a tornare a casa, ce la possiamo fare.” Crescendo qui, la mia prima passione è stato il teatro, l’unica cosa che si poteva fare nel mio paese a Oppido Mamertina. E facendo teatro mi sono innamorato del mestiere di regista. Da lì è arrivato il cinema, con questa eternità dell’immagine che chissà se durerà».
Che criteri userai come giurato?
«I film li ho visti due volte. Utilizzo un grande bilanciamento di tecnica e personale: ci sono progetti dove non mi fa impazzire il “come” ma mi piace il “che cosa“, e viceversa. Cerco sempre un equilibrio. E poi c’è l’irrazionale che riesce a scatenare un film: ci sono film che oggi dico di amare ma che non capirò finché non passeranno le ere geologiche. Un film che ha parlato tanto a me, a te può non aver fatto né caldo né freddo. Lì nasce il conflitto ed è il processo a cui vado incontro»
«Per me devono convivere. Attraverso i social si crea una rete di comunicazione diretta. Ci hanno raccontato dell’algoritmo, una sorta di deus ex machina che decide i tuoi interessi, poi non è proprio così, ma è l’equilibrio che ci fa continuare a credere nei social. Non credo si sia andati verso una semplificazione, quando vuoi approfondire, sui social ci sono tantissimi creator che fanno analisi molto interessanti e parlano di cinema in modo naturale. Il punto è che è ampliato a una quantità di persone molto più grande. Il problema è sempre il percepito: quattro commenti negativi, uno positivo, e allora è andata malissimo»
Cosa ti ha insegnato fare “Tre euro e quaranta” con risorse limitate?
«Sono molto legato al progetto. Quando ho buttato giù il soggetto parlava già di noi giovani, precari, che non sanno se lo stipendio arriva o meno. Ho fatto una chiamata sui social per costruire la squadra e i protagonisti avevano tutti questo sogno mentre facevamo i lavori più diversi per rimanere a galla. Abbiamo portato a casa il film perché lo sentivamo tantissimo».
Lo vedi come un racconto generazionale?
«Secondo me sì. In tutte le sale in cui siamo stati, quando un ragazzo convinceva mamma o papà ad accompagnarlo, l’adulto quasi si giustificava. Rispondevo con una frase di Gaber, che cito anche nel film: “Abbiamo perso perché non ce ne siamo accorti”. Era come se i ragazzi guardassero al grande dicendo “Hai visto in che condizioni siamo?” C’era un’energia incredibile. Il punto era: se ci mettiamo insieme, è possibile che non riusciamo a fare qualcosa di incredibile?»
“Homo Omini Lupus” è un’evoluzione o una cosa totalmente diversa?
«Volevamo sperimentare, fare qualcosa di completamente diverso. Con Stefano Ressico abbiamo girato un corto in Calabria, con una location e una casa per la troupe, da qui i costi sono precipitati per fortuna. Volevamo un cambio di genere repentino, dai primi 10 minuti di commedia a 10 minuti di situazione horror. Da appassionato non ho un genere prediletto, mi piace tutto. Per portare a casa un film credibile devi pescare da tutti i generi, perché alla fine sono le storie stesse che poi ti chiamano».
Come raccontare la Calabria evitando stereotipi e cartoline secondo Giannotta?
«È quello che sto per fare col mio nuovo lavoro. La prima cosa è non romanticizzare assolutamente. Viviamo una realtà fuori da quello che può pensare un cittadino del nord. Ci mancano le basi. Ci svegliamo e magari non abbiamo l’acqua, per non parlare del dissesto degli ospedali. La cosa bella è che nella disgrazia riusciamo ancora a ridere. Vorrei innalzare il pensiero popolare ai grandi filosofi – abbiamo chicche popolari che non hanno niente da invidiare ai grandi filosofi – e denunciare le situazioni in cui viviamo in modo comico. Il film sarà in dialetto vero, spigoloso, ma studiato, anche perché non parliamo sempre in dialetto. Ci sarà la denuncia, e il conflitto tra l’arte e la base del cittadino».
Il film che ti ha fatto capire che il cinema sarebbe diventato essenziale?
«Ho una risposta strana che neanche so spiegare a me stesso. Avevo tra i 9 e gli 11 anni, il cinema di Oppido era ancora aperto. Una domenica andai con gli zii e il cugino a vedere “La tigre e la neve” di Benigni. Fu la prima volta in cui piansi tutte le lacrime che potevo avere, e mi nascondevo per la vergogna. Ricordo sensazioni di quel film: da piccolo non riuscivo a spiegarmi perché lei fosse in un ospedale così disastrato. Quando c’è il terremoto e lei è sul lettino, quell’immagine non se ne andrà mai via dalla testa. Inconsapevolmente, quello è stato il film che mi ha fatto capire cosa voglio trasmettere col cinema, e l’emozione che voglio far provare alle persone».
IL FESTIVAL
Inizia oggi la VII edizione del Calabria Movie Film Festival, che inaugura la sua nuova casa al Porto Vecchio di Crotone con una giornata che avrà come protagonista Massimiliano Caiazzo. L’attore sarà al centro di due degli appuntamenti più attesi della prima giornata, tra un incontro con il pubblico e una proiezione speciale. Alle 18.30 Caiazzo sarà protagonista del talk “Nice To Meet You”. Alle 21, nell’arena cinema, introdurrà la proiezione speciale di “Piano Piano” di Nicola Prosatore
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