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Un paese cambia per sempre ogni giorno un po’. La gente nasce, cresce, invecchia, poi muore – per sempre muore. Basta un decennio, e tutto cambia. Ogni volta che ritorno al mio paese trovo sempre una cosa in più che accresce il mio spaesamento, un sentimento d’impaurita nostalgia.

Quella dei paesi è una cartografia che lentamente e inesorabilmente cambia i propri riferimenti, i propri numeri. I giovanissimi non ti conoscono, mentre gli adulti, uno per volta, se ne vanno nel niente.

Quando l’altro giorno mi è arrivata la notizia della morte del comandante dei vigili di Rotonda, Ezio Fittipaldi, come al solito in principio non ho creduto che proprio lui potesse non esserci più, e mi ha pervaso un sentimento di angosciosa incredulità. Non che fosse un santo, Ezio. Anzi, di certe esasperazioni paesane era, in una certa misura, il campione. Ma, al fondo, era un uomo buono, e sapeva essere generoso. Ricordo che quando nel 2002 mi laureai fu proprio lui a comunicarmi che avrei dovuto fare il servizio civile a Rotonda. Lo implorai, al telefono, di trasferirmi a Roma, e di non farmi impantanare per un anno al paese. Mi aiutò, gigioneggiando a modo suo, facendo un po’ di moine da politicante. Feci perciò, grazie a lui, il servizio civile a Roma: prima al Wwf, in seguito, tragicamente, presso la Lega italiana per lotta contro i tumori, dove trascorrevo le mie giornate a sviluppare radiografie fauste e infauste, e dove crebbe in me una devastante ipocondria (ogni volta che ora passo per corso di Francia ci ripenso con angoscia).

Ezio conosceva tutte le magagne, gli intrighi, i litigi e le ambizioni dei rotondesi; ne era arbitro, ma, a volte, anche allenatore. Da un angolo della piazza, con gli amici fidati, faceva e disfaceva trame segrete che molto somigliavano a un romanzo di Piero Chiara. Lui era la provincia profonda, e anche se spesso gli rinfacciavo di essere un intrigante, ci volevamo bene, e ci rispettavamo.

Alla fine degli anni ’80, per esempio, era lui a gestire la biblioteca comunale del paese. Io, spesso, ero l’unico lettore in quella lugubre stanza dov’erano affastellate nella polvere opere complete nazionali di Dante, di Foscolo e di Carducci (oggi quella stessa biblioteca è segregata in una catasta di cartoni chiusi). Non ricordo in quale sindacato allora operasse Ezio; ma ricordo assai bene che spesso, essendo costretto a partecipare a qualche riunione, mi affidava bonariamente la gestione della biblioteca. Non c’era da lavorare molto, francamente; piuttosto leggevo avidamente e in estrema solitudine ogni cosa, e mai come in quegli anni il tempo mi parve trascorrere in assoluta lentezza.

Poi, un anno fa, Ezio mi disse che gli avevano trovato un cancro alla carotide. Tentai, a modo mio, di rassicurarlo, anche se, onestamente, fra i tanti tumori incrociati nella mia fervida curiosità ipocondriaca, quello non lo avevo mai sentito. Lo rividi lo scorso ottobre, e mi apparve innanzi dimagrito e debilitato – si era appena operato a Milano e, al solito, da sublime provinciale quale era, tessé le lodi del San Raffaele, ripetendo l’eterna fiaba meridionale delle “mirabilie” di Milano, la Mecca della serietà assoluta. Aveva un lungo taglio alla gola. Gli dissi che ero felice per l’intervento riuscito, e parlammo a lungo, nella piazza avvolta nel crepuscolo. Un’ombra, però, era caduta per sempre su di lui e, da personaggio di Piero Chiara, mi parve un personaggio di Agota Kristof. La tragedia del corpo aveva nel volgere di pochi mesi stravolto la sua piccola esistenza di litigiose e boccaccesche trame paesane.

Ora Ezio non c’è più; la malattia è riuscita a divorare il suo corpo ben pasciuto, le sue gote carnose – la sua fiera divisa, ora, riposa in qualche armadio.

Un altro amico è andato via, nel giardino di Santa Maria dove i miei paesani diventano, dopo aver avuto un nome e una storia, niente mischiato con nulla, come sempre mi ripeteva, sconsolato, Turi Vasile.

Fra cento anni il paese si dimenticherà anche di lui, come di tutti noialtri, e a nessuno capiterà più di pronunciare il nostro nome, neanche per sbaglio. Se n’è andato come tanti, Ezio. Ogni volta che cammino in piazza, sempre meno cose io riconosco, e sempre meno persone io davvero conosco. La mia infanzia è una lunga scia di morti – s’incomincia a morire lentamente, insieme alla morte degli altri. La morte, scrisse Ungaretti, si sconta vivendo. A certe ore del giorno e della notte si prova nostalgia e, dentro di noi, cresce la malapianta della durezza e della rassegnazione. L’importante, scrisse Cardarelli, è arrivare alla meta persuasi, col capo piegato, senza grilli per la testa.

Addio, caro Ezio.

Andrea Di Consoli

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