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di ULDERICO NISTICÒ
La grande stampa, che si trova al Nord, porta la scuola del Sud ai disonori della cronaca. L’ultima scoperta è che la prova nazionale di Terza media è stata troppo bella per essere vera in Calabria, Campania eccetera, e tanti fanciulli hanno presentato compiti fotocopia. Magia? Manina di professori? E di fronte a battaglioni di maturati con 110 e lode in un solo Liceo calabro, la detta stampa trova da ridire. Siccome ha pensato di intervistare me, certo per evitare risposte politicamente corrette, ho trovato da ridire io ancora di più. Già: se non parliamo male noi stessi di noi a fin di bene, ne parlano gli altri, e a fini non altrettanto chiari. Un ospedale, cos’è? Un luogo di cura, perciò servono medici etc.; se diventa una scusa per assumere giardinieri (testuale!) che attraverso notturni concorsi interni diventino dirigenti, ecco la crisi della sanità. Una scuola, cos’è? Un luogo dove i ragazzi imparano ciò che serve nella vita; perciò si conclude con un diploma, che dà accesso al lavoro. Ma se lo scopo diventa il lavoro (il posto!), allora il diploma non è una condizione, ma un pretesto. Un diploma qualsiasi, posto qualsiasi. Poi accade che un fanciullo, mandato a prendere il diploma per il posto, si innamori di greco o matematica: ma sarà una coincidenza, non lo scopo. E se un professore per sbaglio insegna a ragionare con la propria testolina, allora diventa il nemico delle mamme. Ecco la crisi della scuola: soprattutto al Sud, dove ci sono pochi lavori veri, e dove le madri preferiscono un figlio bidello che contadino o artigiano; e il figlio è d’accordo con mammà. Per decenni, il diploma diede il posto, e il Sud degenerò fino ai livelli di arretratezza attuali. Oggi, anzi vent’anni, il posto non c’è più, e non ci sarà mai più; se ne deduce che la scuola così com’è, il diplomificio, semplicemente non serve a nulla. Con il minimo sufficiente, o con mille e lode, non serve a niente lo stesso. E la scuola diplomificio ha ridotto la Calabria soprattutto a gravissime carenze di conoscenze e soprattutto di competenze pratiche. Una specie di Giappone prima del 1868, che viveva, rispetto agli altri, un due o tre secoli prima, finché l’imperatore Mutshuito non lo costrinse ad entrare nel mondo, a cominciare esattamente dalla formazione intellettuale. Basta prenderne atto, e tornare a quando la scuola dava cultura, o, alla peggio, preparazione, ottenute le quali i giovani affrontino o l’università o il lavoro. Per esempio, se vanno al Classico, devono conoscere latino e greco come la strada di casa; se lo Scientifico, la matematica; se la Ragioneria, la ragioneria, eccetera; e tutto il resto. Se vanno al Tecnico o Professionale, il mestiere sul serio. E se ancora qualcuno crede che il greco sia più nobile dell’estimo o dell’agronomia, ridete a crepapelle: fidatevi di me, che sono grecista abbastanza da sapere che i Greci erano esseri umani come me e voi, e pieni di umane magagne, non dei rassicuranti e bellini pupazzi di bronzo o marmo. Il problema non è dunque se la scuola di Giù si deve chiudere o no, ma se insegna. Se non lo fa, meglio che chiuda. Posti di lavoro e cose del genere, con il concetto di scuola non hanno niente a che vedere. Pensiamoci noi, o ci penserà il Nord, che detiene il potere economico, e i cui giornali non scrivono certo per svago. Chiaro?

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