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di Paride Leporace
POTENZA – Al teatro don Bosco di Potenza la folla delle grande occasioni celebra “il brutto carattere”. Quello che coccarde e slogan di una riuscita comunicazione concepita da uno staff tutto lucano (hanno pensato anche a suggerire il percorso d’arrivo via internet a molti invitati) indica per Vincenzo Folino. Il soldato semplice che è un protagonista di questa campagna elettorale. C’è da comunicare quel brutto carattere che ha fatto registrare forti tensioni politiche prima e che da vecchio comunista migliorista, oggi da questo cinema, dove sventolano bandiera e orgoglio politico, deve far capire come va avanti la Basilicata.
Gli altoparlanti diffondono Fossati, ma la colonna sonora più indicata sarebbe “Sincerità” della lucana Arisa. Perché Folino e il presidente De Filippo hanno scelto la via pubblica e diretta per far comprendere come intendono procedere insieme dopo le diversità del passato.
Lo fanno davanti al Gotha del partito tutto presente. C’è Antonio Luongo (“fratello coltello”, lo definisce Vincenzo), c’è Filippo Bubbico (che riceve un caloroso applauso da un popolo di militanti che non lo dimentica). Sul palco il giovane segretario Roberto Speranza. Anch’egli partecipa alla prima parte della manifestazione incentrata su una sorta di talk-show a tre con il candidato e il leader presidente. Tributa loro riconoscenza equidistante.
Sa di esercitare un ruolo di mediazione pur essendo espressione di Folino. Fa appello a un voto al Pd lucano in nome della stabilità. Loda i punti salienti del programma (Sud, green economy, saperi) e strappa applausi sulla moralità pubblica, tema caldo della platea.
Vito De Filippo parte dalla memoria istituzionale. Da quando giovane assessore alla Provincia di Potenza tracciò personalmente il percorso che conduce al Pd rivendicando con orgoglio l’occupazione della sede del Ppi contro i diktat di Buttiglione.
Annuncia di voler essere meno buonista e che avrà anche lui un po’ di «brutto carattere». Nella dicotomia con Vincenzo «non c’è stato nulla di personale». Le visioni sono state differenti nel percorso politico. E degli errori del passato sembra abbiano fatto tesoro tutti.
Ma nel talk show De Filippo lancia due temi sostanziali. L’affondo contro la giustizia che ha condizionato la sua presidenza (tema che sarà ripreso da Folino che imputa alla magistratura di aver bloccato la sanità e di non aver brillato per trasparenza in vicende che continuano a presentare molti lati oscuri). Poi l’orgoglio di avere liste pulite senza inquisiti e mafiosi nei 222 candidati, in una regione che è apprezzata da tutto il centrosinistra nazionale.
Infine una stoccata al «segreto istruttorio» che sovrasta il programma dei suoi avversari. Avversari che Folino non teme.
Teme più il non voto e l’astensione di un corpo sociale fatto di borghesia e area del disagio che può allontanarsi dal centrosinistra. Anzi Folino denuncia «la mancanza di opposizione» come vulnus della democrazia lucana. Sembra il Cacciari delle passate stagioni Vincenzo dal brutto carattere, che fa capire di essere ancora lui il puntello critico della coalizione.
Non ambisce a cariche il soldato che non rifiuterà, però, di fare il caporale o il sergente di ferro.
Siamo all’one man show. Da solo, al leggio, afferra la platea da oratore consumato. Saluta il popolo operaio della crisi. I sindaci, i giovani che ha mandato al comando non per il potere, ma per il progetto.
A viso aperto esprime dissenso sul punto programmatico del fondo sovrano delle royalties che vanno impiegate subito e non domani. Ci mette tutto il brutto carattere che ha nel denunciare quei candidati che già si presentano come assessori alla sanità in pectore, contraddicendo le riforme avviate. Si smarca dai dipietristi il democratico favorevole alla separazione delle carriere in magistratura, ma che difende le intercettazioni che svelano il malaffare del potere berlusconiano. Ha persino la cravatta viola l’assessore che difende e illustra la sua politica programmatica sul turismo di prossimità, l’ingegneria istituzionale che ha sterilizzato il listino e le riforme economiche.
Vincenzo dal brutto carattere vuole un partito meno potenzacentrico, che sia didattico nella cultura politica, capace di risolvere. Culturalmente Folino aggredisce il luogo comune di Banfield denunciando l’assenza che ci fu dello Stato ammonendo che ora va fermato «il familismo amorale». Finisce tra gli applausi. Gli altoparlanti diffondono “Mi fido di te”. Il popolo del Don Bosco torna soddisfatto a casa.

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