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A tredici anni dalla tragica alluvione di Ginosa in cui persero la vita quattro persone, arriva la sentenza di primo grado: condannati 6 dirigenti dell’ex Autorità di Bacino della Basilicata
Alluvione del 2013 a Ginosa, dopo 13 anni condannati sei dirigenti dell’ex Autorità di Bacino della Basilicata. Si è chiuso il processo di primo grado al tribunale di Taranto sui fatti che portarono al decesso del 32enne Giuseppe “Pino” Bianculli di Montescaglioso, travolto con la sua auto sulla strada in contrada Pantano mentre tornava a casa dopo una giornata di lavoro in una clinica. Ridimensionate le richieste dell’accusa. Ventidue le assoluzioni.
Erano dirigenti dell’allora Autorità di Bacino della Basilicata le sei persone condannate nel processo di primo grado per l’alluvione tra Puglia e Basilicata del 2013. Antonio Anatrone, Mario Cerverizzo, Giuseppe D’Alise, Giovanni Di Bello, Carmelo Paradiso e Mariano Tramutoli. Il giudice del tribunale di Taranto ha indicato pene tra un anno e un anno e sei mesi di reclusione – dichiarate sospese – per l’accusa di inondazione e disastro colposi.
L’accusa aveva chiesto infatti due anni di reclusione per venti imputati: oltre ai condannati, anche dipendenti della Provincia di Taranto, dei comuni di Ginosa e Laterza, nel Tarantino, e del legale rappresentante dell’azienda responsabile per Acquedotto Pugliese della manutenzione di parte di un torrente attraversata dalla condotta del Sinni. Il giudice ha assolto perché il fatto non sussiste gli imputati legati, all’epoca, al Parco delle Gravine e ai vertici di Acquedotto Pugliese. Tra gli assolti figurano, tra gli altri, l’ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido, Luigi Armogida, Antonio Giovanni Ruggieri, Ignazio Morrone, Antonino Caminiti, Gualtiero Traversa, Domenico Viola e Marina Cancellara.
IL DRAMMA DEL 2013 E LO SPETTRO DELLA PRESCRIZIONE
Le accuse di omicidio colposo per la morte di Rosa Pignalosa, 30 anni, dei coniugi Giuseppe Bari, 35 anni, e Chiara Moramarco, 25 anni, e dell’infermiere Pino Bianculli, 32 anni, erano già dichiarate prescritte al termine dell’udienza preliminare. Tra il 6 e il 9 ottobre di tredici anni fa l’arco jonico al confine con la Basilicata fu colpito da un violento nubifragio. I torrenti Lognone Tondo e Gravinella esondarono. Campi e strade allagati. Le arcate di un ponte – intasate da vegetazione e rifiuti – non furono in grado di contenere l’acqua. La sua forza arrivò persino a rompere parte della condotta. Quattro persone morirono: tre originarie della provincia di Bari e un infermiere di Montescaglioso, Giuseppe Bianculli, di rientro dal suo lavoro a Ginosa. Il padre Michele Bianculli si è detto “deluso”, in attesa di leggere le motivazioni della sentenza.
A rappresentare la famiglia in giudizio, l’avvocato Carmelo Panico. Nel 2022, dichiarato prescritto il reato di omicidio colposo. Il giudice ha inoltre disposto la trasmissione degli atti alla procura per le valutazioni e l’eventuale azione penale nei confronti della Regione Puglia. L’inchiesta della magistratura punta il dito contro i dirigenti di tutte gli enti che avrebbero dovuto tenere sotto controllo la zona di confine tra la provincia ionica e la Basilicata, ritenuta a rischio idrogeologico e rischio inondazione. Negli anni precedenti c’erano state diverse altre alluvioni ma nel tempo, secondo l’ipotesi accusatoria, non è stata garantita la giusta manutenzione a impianti idrici e corsi d’acqua ostruiti da detriti e vegetazione. La forte pioggia del giorno precedente al disastro (il 6 ottobre caddero in zona quasi 100 millimetri di acqua), inoltre, avrebbe dovuto indurre i tecnici a dichiarare lo stato di preallarme.
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