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Saverio Riviezzi

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Il maxi risarcimento al presunto boss Saverio Riviezzi torna in tribunale, per la terza volta i giudici di Salerno si occuperanno del caso

POTENZA – Tornerà per la terza volta davanti ai giudici della Corte d’appello di Salerno il risarcimento da mezzo milione di euro e rotti, per 6 anni e 4 mesi di ingiusta detenzione, chiesto da Saverio Riviezzi.

Lo ha deciso nei giorni scorsi la Corte di cassazione accogliendo il ricorso presentato dal difensore di Riviezzi, l’avvocato Basilio Pitasi, contro il secondo diniego opposto dai giudici campani al suo assistito, tuttora indicato dall’Antimafia come il presunto boss dell’omonimo clan di Pignola, nella periferia di Potenza.

RISARCIMENTO MILIONARIO AL PRESUNTO BOSS, LE ORIGINI PROCESSUALI

Al centro del contendere ci sono i 2346 giorni trascorsi in carcere da Riviezzi. Carcerazione avvenuta in esecuzione dell’ordinanza di misure cautelari spiccata dal gip di Potenza nell’ambito dell’inchiesta sugli affari e le contese tra i clan nati dalla dissoluzione della cosiddetta “famiglia basilisca”.

Al termine di una lunga vicenda giudiziaria, infatti, la cosiddetta “quinta mafia” era stata derubricata a un mero proposito criminale. Di qui il ridimensionamento, a valle, delle accuse sulle sue “gemmazioni”, e le assoluzioni di Riviezzi e degli altri imputati «perché il fatto non sussiste».

I giudici di piazza Cavour hanno intimato alla Corte d’appello di Salerno una rivalutazione del caso. Il tutto raffrontando gli indizi posti a sostegno dell’ordinanza di misure cautelari con l’esito del processo. Infatti, laddove fossero stati giudicati insussistenti, come sostiene la difesa di Riviezzi, le toghe campane dovranno considerare se vi fossero ulteriori elementi sufficienti a giustificare l’arresto del presunto boss. Quindi, in caso di risposta negativa, scatterebbe il diritto al risarcimento. Risarcimento che per una detenzione così lunga non potrà essere inferiore al massimo previsto dalla legge: un miliardo delle vecchie lire.

I PERCHÉ DEL DINIEGO DEL RISARCIMENTO

Alla base del diniego del risarcimento per ingiusta detenzione appena annullato dalla Cassazione, la Corte d’appello di Salerno aveva indicato una serie di circostanze, addebitabili a Riviezzi, che avrebbero contribuito alla determinazione del gip sull’emissione delle misure cautelari.

Innanzitutto la condanna rimediata in primo grado da Riviezzi nel processo “basilischi”. Poi: alcuni dialoghi, intercettati, con un coindagato, Nicola Sarli, «ritenuti relativi alle armi»; l’accusa di estorsione rimediata in nell’ambito di una ulteriore inchiesta; altre intercettazioni in cui sarebbe stato chiamato in causa da terzi per un presunto traffico di droga; l’episodio di una supposta «richiesta di autorizzazione per lo svolgimento di un servizio di sorveglianza in una località sotto il suo controllo»; e un’intercettazione con un presunto boss rivale, il potentino Antonio Cossidente, poi diventato collaboratore di giustizia.

LA REPLICA DELLA DIFESA A PARTIRE DALL’ASSOLUZIONE

Per ognuno di queste circostanze però, è arrivata puntuale la controdeduzione della difesa di Riviezzi. Questa ha evidenziato, tra l’altro, l’intervenuta assoluzione, definitiva, nel processo “basilischi”, come pure la sua errata individuazione come l’interlocutore di Sarli. E ancora l’assenza di condanna per l’estorsione summenzionata e i presunti traffici di droga. Da ultimo la piena “legittimità” del dialogo con Cossidente. Dialogo che sarebbe stato legato «ad un dissidio concernente le dinamiche del processo Basilischi in cui i due erano imputati».

Anche la procura generale della Cassazione aveva chiesto l’annullamento con rinvio della pronuncia della Corte d’appello di Salerno. A suo avviso, però, andrebbe vagliato se nei 2.346 giorni trascorsi in carcere da Riviezzi, tra il 2010 e il 2016, siano stati conteggiati anche periodi di detenzione per l’espiazione di condanne definitive rimediate in processi differenti. Sicché andrebbe rivista l’entità del risarcimento da riconoscere al presunto boss.

Riviezzi era tornato in carcere ad aprile dell’anno scorso nell’ambito dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Potenza altrimenti nota come “Iceberg” o “Mafia caffé”. Tra i presunti affari del clan, infatti, gli inquirenti avevano individuato persino la gestione del bar all’interno del Palazzo di giustizia del capoluogo lucano.

A luglio, però, è arrivata la scarcerazione del presunto boss da parte del Tribunale del riesame. Il Tdl ha raccolto una serie di perplessità espresse da una diversa sezione della Corte di cassazione, sugli elementi alla base anche di quest’ultima ordinanza di misure cautelari.

IL RISARCIMENTO GIÀ PAGATO AL FRATELLO DEL BOSS

Ad aprile il fratello di Riviezzi, Domenico, ha già ottenuto dalla Corte d’appello di Salerno il riconoscimento di oltre 400mila euro di indennizzo. Somma ottenuta per gli oltre 1.600 giorni di detenzione sofferti, a sua volta, tra il 2010 e il 2014. Di recente la Cassazione aveva già disposto una rivalutazione anche della richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione di Nicola Sarli, finito a sua volta in carcere nel 2010 nell’ambito dell’inchiesta sullo scontro tra i presunti eredi del clan “basilischi”.

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