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La Corte di Cassazione

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Il processo Lucania Felix arriva in Cassazione che conferma le condanne per Giambattista Pace e Giovanni Quaratino dovranno finire di scontare, rispettivamente, 10 e 8 anni di carcere per mafia ed estorsione aggravata


LA Corte di cassazione ha confermato le condanne per mafia ed estorsione aggravata emesse nell’ambito del processo “Lucania felix” nei confronti dei potentini Giovanni Quaratino (74) e Giambattista Pace (72).
I giudici di piazza Cavour hanno respinto il ricorso presentato dal difensore dei due, l’avvocato Gaetano Basile, contro la sentenza emessa a luglio del 2023 dal collegio del Tribunale del capoluogo presieduto da Alessandro vecchio.

Per Pace i pm della Direzione distrettuale antimafia avevano chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio per associazione mafiosa ed estorsione aggravata dall’agevolazione del clan Martorano-Stefanutti. Di qui la condanna a 10 anni di reclusione.
Quaratino invece, già titolare di una nota ditta di pompe funebri, è stato giudicato colpevole del solo reato di associazione mafiosa aggravata dal possesso di armi e dovrà finire di scontare 8 anni di reclusione.
In entrambi i casi si tratta di pene ridotte di un terzo per la scelta del rito abbreviato esercitata a dibattimento già iniziato. Grazie alla finestra di “ripensamento” aperta dalla legge Cartabia. Dopo una prima raffica di condanne per i co-imputati che avevano scelto l’abbreviato fin dall’udienza preliminare.

Pace e Quaratino erano stati già arrestati e condannati per associazione mafiosa col boss Renato Martorano e il gruppo storico del clan negli anni ’90. Nell’ambito del primo processo, soprannominato “Penelope”, che ha dimostrato l’operatività di un’associazione mafiosa in Basilicata.
A gennaio di quest’anno la Cassazione aveva confermato una prima condanna per mafia e narcotraffico nell’ambito dell’inchieta “Lucania felix” a 11 anni di carcere nei confronti di un altro pregiudicato potentino, Carlo Troia. Sempre con lo sconto di pena di un terzo per la scelta dell’abbreviato.
Queste ultime due pronunce della Cassazione, quindi, paiono destinate a pesare non poco nei processi ancora aperti in primo grado, a Potenza, per una sessantina di persone. Inclusi i boss Renato Martorano e Dorino Stefanutti.

L’inchiesta sui nuovi affari dello storico clan del capoluogo lucano ha preso di mira, in particolare, una presunta associazione mafiosa e un’ulteriore associazione a delinquere specializzata nel narcotraffico, che si sarebbero riaggregate attorno a Martorano, tornato in libertà nel 2019 dopo aver scontato una decina d’anni al 41bis per usura ed estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Nel mirino degli agenti della sezione anticrimine della Squadra mobile di Potenza sono finite anche una serie di tentate estorsioni aggravate dal metodo mafioso, come quella a un imprenditore del salernitano che avrebbe avuto un debito da 900mila euro col titolare di un bar poco lontano dal Palazzo di giustizia di Potenza. Estorsione condotta da Martorano in persona, appena tornato in libertà dopo quasi 11 anni di carcere duro per estorsione mafiosa, che avrebbe fatto fuoco con una pistola contro la porta d’ingresso dell’abitazione dell’imprenditore, rivendicando il gesto poco dopo, al telefono.

Tra i filoni esplorati dagli inquirenti c’è anche quello su un presunto trasferimento fraudolento di valori in concorso con i proprietari e gli amministratori della ditta che fino a qualche anno fa gestiva l’appalto delle pulizie per l’ospedale San Carlo di Potenza.
Un ulteriore filone ha preso di mira invece il presunto monopolio delle videoslot.

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