X
<
>

4 minuti per la lettura

Il Riesame accoglie l’appello dei pm di Potenza contro Liseno: riconosciuta l’aggravante dell’agevolazione mafiosa all’accusa all’imprenditore di Lavello in carcere per il riciclaggio di soldi delle rapine ai portavalori.


POTENZA – Ci sono indizi gravi e concordanti per ritenere che l’imprenditore lavellese Antonio Liseno e i suoi più stretti collaboratori abbiano agevolato gli affari della mafia foggiana. E’ questo l’ultimo verdetto emesso nei giorni scorsi dal Tribunale del riesame di Potenza nell’ambito dell’inchiesta per cui agli inizi di luglio sono finiti in carcere lo stesso Liseno e altre 6 persone. Più due agli arresti domiciliari. Il Riesame, che a fine luglio in altra composizione aveva già lasciato in carcere Liseno in relazione alle accuse di associazione a delinquere “semplice”, riciclaggio e trasferimento fraudolento di valori, si è espresso su un appello presentato dalla Direzione distrettuale antimafia di Potenza.

A fronte dell’ordinanza di misure cautelari spiccata dal gip Ida Iura, infatti, pm Marco Marano aveva rilanciato chiedendo, in particolare: altri due arresti; il riconoscimento dell’aggravante mafiosa per un’ipotesi di estorsione ai danni di Liseno; e il riconoscimento delle aggravanti dell’agevolazione mafiosa e della transazionalità rispetto alla principale accusa nei confronti dell’imprenditore. Vale a dire di aver messo in piedi una vera e propria associazione a delinquere specializzata nel riciclaggio nel cantiere del suo San Barbato Resort di almeno una decina di milioni di euro frutto dei colpi messi a segno in tutta Italia da alcuni dei più noti rapinatori di portavalori di Cerignola. Oltre che nelle frodi dell’Iva sulla compravendita di telefonini.

AGGRAVANTI CONFERMATE DAL RIESAME E NUOVE PROSPETTIVE PER L’IMPRENDITORE LISENO

Il collegio presieduto da Maria Stante ha detto sì a uno solo dei due arresti aggiuntivi richiesti, e al riconoscimento di tutte le aggravanti configurate dall’Antimafia. Se la sua decisione verrà confermata in Cassazione, quindi, le porte del carcere si aprirebbero anche per un noto pregiudicato di Lavello, Massimo Sileno. Inoltre per Liseno, il suo ex braccio destro Angelo Finiguerra, e la moglie di quest’ultimo, Maria Filomena Merra, la carcerazione preventiva rischia di allungarsi in maniera significativa. Anche perché i pm potrebbero procedere col giudizio immediato saltando la richiesta di rinvio a giudizio e l’udienza preliminare.

LA CONNESSIONE CON LA MAFIA CERIGNOLANA

Le motivazioni del Riesame verranno depositate nelle prossime settimane. Solo allora si capirà in che modo il Tribunale di libertà ha superato i rilievi sul «canale affaristico» tra Liseno, a lungo tra i più importanti imprenditori della Basilicata, e la famiglia Piarulli di Cerignola». Vale a dire i vertici incontrastati della mafia cerignolana. A partire dallo «iato temporale» tra i recenti contatti con i Piarulli, e le originarie contestazioni alla banda Liseno. Incluso il riciclaggio nei cantieri del San Barbato Resort, inaugurato nel 2019, dei soldi delle rapine ai portavalori compiute da altre note personalità della mala cerignolana come Pasquale Saracino e Sante Cartagena.

Due specialisti del settore, Saracino e Cartagena, ma mai raggiunti dall’accusa di appartenenza o contiguità a organizzazioni mafiose. A fronte delle perplessità del gip sulla possibilità di accusare Liseno di agevolazione mafiosa per il riciclaggio dei soldi di Saracino e Cartagena, il pm ha evocato dati storici e «più recenti conferme giudiziarie» di segno contrario. Sostenendo che anche loro andrebbero inseriti nell’«alveo» della famiglia mafiosa dei Piarulli.

PROVE DECISIVE DELLA DDA AL RIESAME CONTRO L’IMPRENDITORE LISENO

L’Antimafia ha citato, in particolare, la registrazione effettuata dalle microspie piazzate nell’auto dell’attuale sindaco di Lavello, nonché colonnello dei carabinieri, Pasquale Carnevale, che a maggio dell’anno scorso aveva avvertito i pm di essere stato contattato dal Finiguerra, che gli aveva promesso rivelazioni scottanti sul suo ex “capo” Liseno. Rivelazioni «di elevata valenza indiziaria – scrivono i magistrati -rispetto a vicende delittuose che hanno già trovato ampio riscontro». Tra le circostanze menzionate da Finiguerra viene citato l’acquisto da parte di Liseno dell’immobile che a tutt’oggi ospita la caserma dei carabinieri di Cerignola.

Oltre a non meglio precisare attività di riciclaggio «con soggetti casertani». Secondo la tesi degli inquirenti appena confermata dal Riesame, insomma: «che la imponente somma di denaro che il Liseno ed i sodali, attraverso l’organizzazione criminale di cui al capo 1, ha riciclato a favore di famiglie da ritenersi logicamente intranee ad un sodalizio di tipo mafioso operante sul territorio di Cerignola sotto l’egida dei Piarulli è dato gravemente indiziato dalle indagini». Un dato «sufficiente», viepiù, per l’emissione di una misura cautelare «anche ove considerato una specifica anima o settore dell’associazione criminale agevolata quale quello del riciclaggio dei proventi degli assalti ai portavalori».

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

SFOGLIA