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Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci insieme al ristorante nel 2023 (Foto Il Riformista)

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Ombre lucane sull’attentato a Ranucci: Lavitola, origini e legami in Basilicata. L’ex giornalista e imprenditore ha operato a lungo come intermediario e faccendiere per conto di Silvio Berlusconi anche in terra lucana in occasione di regionali e comunali.


Ombre lucane sull’attentato al conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, avvenuto a Pomezia nell’ottobre del 2025. Il mandante sarebbe l’imprenditore ed ex giornalista-editore Valter Lavitola, a cui viene contestato il reato di strage all’imprenditore ed ex giornalista-editore Valter Lavitola, lucano d’origine. L’uomo nei giorni scorsi è stato oggetto di una perquisizione da parte dei carabinieri del Nucleo investigativo di Roma e Frascati su disposizione degli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia della Capitale. “Quando ci possiamo vedere? Se Dio vuole quando esco dal carcere”. Ma lei è sicuro? “Penso di sì”. Così Lavitola, intercettato ieri da LaPresse mentre rientrava nella sua abitazione a Roma. “Non parlo.

Scusatemi, ma l’avvocato mi ha detto che se parlo con i giornalisti mi lascia”, ha poi aggiunto. L’ex giornalista e imprenditore, che sarà ascoltato oggi in Procura a Roma, ha un legame forte con la Basilicata. Lavitola è il figlio di Pasquale, noto cardiologo ed endocrinologo, originario di Noepoli, centro potentino di appena 700 anime, che in seguito si è stabilito a Salerno per motivi professionali, città dove è poi nato il figlio Valter.

ATTENTATO A RANUCCI, INDAGATO LAVITOLA: LE RADICI MATERNE A NOEPOLI E IL RUOLO DI INTERMEDIARIO POLITICO DI FORZA ITALIA IN BASILICATA

Anche se Valter Lavitola è cresciuto e ha operato principalmente sull’asse Salerno-Roma e all’estero (diventando noto anche per una lunga latitanza in Sudamerica), le sue radici paterne riconducono a Noepoli. Nel comune lucano operano, infatti, tutt’oggi diversi professionisti e rami della famiglia omonima legati al settore medico e legale. Ma il legame con la Basilicata non si ferma di certo solo alle radici. Lavitola ha operato a lungo come intermediario e faccendiere per conto di Silvio Berlusconi anche in terra lucana ed è stato condannato in via definitiva a 2 anni e 8 mesi per tentata estorsione ai danni dell’ex premier.  Fu mandato nel 1995 in Basilicata da Berlusconi e da ambienti socialisti e famiglie massoniche per organizzare le liste di Forza Italia e del Centrodestra.

Fu proprio Lavitola in prima persona ad occuparsi dei confronti con gli aspiranti candidati alla Regione Basilicata, Europee e Comune di Potenza e a dire di no alla candidatura di Gaetano Fierro ed altri democratici cristiani che forti di un bagaglio di consensi personali ed esperienza politica venne impedita la discesa in campo.

ATTENTATO A RANUCCI, INDAGATO LAVITOLA, LE QUATTRO MISURE CAUTELARI IN CAMPANIA, I SEQUESTRI E L’INTERMEDIARIO CAMERUNENSE

Nell’ambito dell’indagine coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi a Lavitola sono stati sequestrati telefoni e pc che ora verranno analizzati. Martedì della scorsa settimane sono state eseguite quattro misure cautelari nei confronti di tre uomini e una donna ritenuti esecutori materiali dell’attentato e accusati a vario titolo di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso.

Reati contestati ora in concorso anche a Lavitola. Insieme con l’ex giornalista lucano è stato indagato anche un camerunense di 47 anni, Gomes Clesio Tavares. Avrebbe svolto funzioni di intermediario tra Lavitola e il gruppo di soggetti che poi ha materialmente posto in essere l’attentato a Ranucci. Questi ultimi sono stati fermati – si ricorda – tra Napoli e Avellino: si tratta di una giovane coppia residente ad Avella, Pellegrino D’Avino e sua moglie, Marika De Filippis, finita ai domiciliari; e di Saverio Mutone, residente a Sperone, a pochi chilometri da Avella e di Antonio Passariello, 53 anni, originario di Cicciano, ritenuto uno dei capi del gruppo.

L’USO DI GELATINA DA CAVA, IL SOPRALLUOGO A POMEZIA E IL TRACCIAMENTO DEI TELEFONI E DELLA FIAT 500 X

Il reato di strage aggravata in concorso è contestata sia a Lavitola che a Passariello, D’Avino, Mutone, De Filippis e Clesio Tavares. L’ordigno posizionato davanti casa di Ranucci era “gelatina da cava”. Secondo quanto ipotizzato dagli inquirenti della Capitale, Lavitola ha dato mandato a Clesio Tavares di individuare dei soggetti in grado i reperire esplosivo e farlo esplodere davanti all’abitazione di Ranucci, arrivando a partecipare anche ad un sopralluogo nella casa che è in una zona residenziale tra Pomezia e Torvajanica. Nel 2023 il quotidiano Il Riformista pubblicò una foto che ritraeva Lavitola e Ranucci insieme al ristorante romano dell’imprenditore. Clesio Tavares dal 2017 lavora nel ristorante di Lavitola in via Quattro Venti, a Roma.

Lavitola – secondo chi indaga – avrebbe consigliato all’uomo di andare in Camerun e si sarebbe anche preoccupato della sua assistenza legale. Una telecamera installata sulla strada statale 148 Pontina, a diversi chilometri di distanza dal luogo del delitto, ha permesso di individuare una Fiat 500 X, risultata noleggiata in Campania, e di tracciarne il viaggio di andata verso Roma e il repentino ritorno della vettura nelle ore immediatamente successive all’attentato. L’analisi dei tabulati di traffico telefonico e telematico è stata di assoluto rilievo per le indagini. I dati dei ripetitori hanno dimostrato che il percorso dei cellulari utilizzati dagli esecutori materiali era perfettamente sovrapponibile al tracciato della Fiat 500 X sia il giorno dell’attentato sia in precedenza quando avevano effettuato un sopralluogo della zona.

LE DICHIARAZIONI DI SIGFRIDO RANUCCI SUL RAPPORTO DI AMICIZIA CON AVITOLA E I DUBBI SUL REALE MOVENTE DELL’ATTENTATO

I primi contatti tra Ranucci e il presunto mandante dell’attentato risalgono al 2019, come rivela lo stesso conduttore di Report. «È stato oggetto di alcune nostre inchieste», spiega. Lavitola, infatti, è protagonista di diverse vicende giudiziarie dello scorso decennio: dalle truffe ai fondi pubblici alla compravendita di senatori. È dal 2019, però, che “abbiamo un rapporto di amicizia – continua Ranucci –. È stata una fonte e ha un rapporto di amicizia con moltissimi giornalisti, anche più autorevoli di me”. I due si sentivano “quasi tutti i giorni”, I dubbi, perciò, restano sul movente: “Ho sempre pensato – conclude Ranucci – che fosse un messaggio mandato a qualcuno attraverso me”. Gli inquirenti sono al lavoro per ricostruire elementi utili per chiarire l’intera vicenda e non si escludono altri colpi di scena.

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