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Sarà che internet si sta mangiando la tv (nel senso della televisione, non del televisore). Sarà che gli autori e i dirigenti televisivi l’avranno ormai scoperto. Sarà anche che Youtube, i social network, le WebTv, i film e la musica scaricate a gogò, di fatto hanno  “ucciso” il palinsesto. Saranno tutte queste cose insieme, ma sembra che di fatto nelle televisioni (ormai digitali) tutti abbiano paura di parlare con serietà e competenza delle nuove tecnologie e di come dovrebbero essere usate dai cittadini (con proprietà e consapevolezza). Come dovrebbero essere usate anche da quelli che si credono esperti perché sono nativi digitali, e da quelli che “smanettano” come pazzi atteggiandosi ad hacker e poi combinano guai, magari pubblicando su Facebook fatti riservati, o si fanno tracciare dalla rete tutti i loro comportamenti senza battere ciglio, o ancora fanno file chilometriche per spendere un sacco di soldi per l’iPhone200 quando a malapena usano la metà delle funzioni dell’iPhone3.

La divulgazione scientifica in televisione quando è stata ben fatta ha avuto grande successo, vedi programmi come Ulisse, Gaia, Quark e SuperQuark. A proposito di Quark, quanti dei suoi tantissimi spettatori sanno che quello strano nome identifica una particella piccolissima che serve a tenere insieme protoni e neutroni e “lavora” per unire le cose del nostro mondo? Ancora di meno saranno quelli che  si sono accorti che quel nome un po’ originale è stato suggerito al fisico che l’ha usato per la prima volta dalla lettura del romanzo più illeggibile che esista al mondo, quell’intraducibile Finnegans Wake di James Joyce che, se possibile, è più tosto del famoso Ulisse, scritto dallo stesso Joyce e temuto da ogni lettore.

Naturalmente anche se i tantissimi telespettatori di Quark e programmi simili non hanno mai sentito dire di questi dettagli – di fatto trascurabili – hanno comunque apprezzato negli anni la chiarezza della divulgazione, la bellezza dei documentari, la ricchezza delle cose che hanno appreso. Allora, continuiamo a chiederci, perché oggi nessuno nelle televisioni pubbliche e private, locali e nazionali, pensa di fare trasmissioni di seria divulgazione sulle potenzialità e sul senso di internet, sul modo in cui i social network possono cambiare le nostre vite, su come l’internet delle cose e le città intelligenti cambieranno le nostre società? Eppure le televisioni spendono tantissimi soldi per programmi costosi e noiosi, spesso volgari e inutili. Dirigenti, teste d’uovo e pubblicitari si preoccupano di riempire quotidianamente i nostri televisori di nani e ballerine, di politici chiacchieroni, di pacchi da scartare e veline da spogliare, ma non pensano di aiutare i cittadini a capire, anche criticamente, dove stiamo andando e dove potremmo andare.

Sarà forse che non vogliono parlare di corda in casa dell’impiccato. Tuttavia, se fossero capaci di fare un bel programma sulle nuove tecnologie, sui risultati della scienza e sul loro uso sociale, certamente farebbero il pieno di spettatori e farebbero cosa buona perché, come diceva negli anni sessanta il maestro Manzi, non è mai troppo tardi. Nel caso cambiassero opinione, abbiamo per loro soltanto un piccolo suggerimento: il titolo. Non è molto originale, ma è semplice perché lo abbiamo quasi rubato proprio a quel vecchio programma che tanto è servito agli italiani: Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione tecnologica per il recupero dell’adulto analfabeta.

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