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Il mio amico Fabio, sociologo, o filosofo del pensiero, o qualcosa del genere, parla sempre lentamente: cerca ogni volta la parola più appropriata da utilizzare. È come se la vedessi, e la sentissi anche, la sua mente, mentre velocemente passa in rassegna le parole che ha a disposizione – che si scompongono e ricompongono come quei nomi di città sui vecchi tabelloni meccanici delle partenze e delle destinazioni negli aeroporto e nelle stazioni di una volta, prima che venissero sostituiti con gli attuali e odiosissimi display a led. E per trovare quella giusta, il mio amico Fabio – che da quando ha comprato casa a Berlino per affittarla agli studenti ama definirsi piuttosto un “petit rentier” – può contare su un lessico triplo fornitogli anche dalla buona conoscenza dell’inglese e del tedesco. E trova sempre la parala più opportuna, anche se spesso è qualcosa tipo weltanschauung o gemeinschaft o gesellschaft.
Io, invece, che posso attingere a malapena all’italiano – o alla lingua madre del dialetto – finisco per dover mollare: o cambiare un’intera frase perché non trovo la parola giusta che ne dia il senso; o ricorrere a una facile metafora; o tenere per me ciò che ho pensato: ci sente un gran frullare di lettere e sul mio cartellone delle partenze appare la scritta “cancellato”. E mi sento come uno che non aveva motivo di partire ma è rimasto bloccato in aeroporto da uno sciopero.
Ma anche quando mi sembra che sia tutto a posto – che le parole siano tutte quelle giuste o quelle che avrei voluto utilizzare – parlando il suo senso sembra cambiare. È sembra come se l’avessi pensata meglio di come mi è poi uscita, quella frase. E non mi conforta affatto il fatto che verba volant. Una parola sbagliata resta sbagliata e basta, cha sia scritta o detta. Per questo spesso preferisco il silenzio e la solitudine dell’orto: non aiuta la conversazione, ma almeno non inquina.
No: non è un velato suggerimento a quanti si sentono costretti dalla gemeinschaft di Facebook di cui ritengono di essere parte, a quanti credono di dover per forza scrivere qualcosa di autenticamente intelligente o dalla gesellschaft che li circonda a dare un’immagine di persone vagamente interessanti. No, giuro. È solo che io, per me, la penso così (abusando del concetto, potrei dire: “è la mia weltanschauung”. E ripeto: la penso sempre meglio di come la dico.

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