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Quello che si è visto nel pomeriggio di domenica 24 maggio a Montecarlo durante il Gran Premio di Formula 1 di Monaco potrebbe essere interpretato soltanto come uno dei tanti eventi a sorpresa che accadono durante le gare tra bolidi e che interessano soltanto gli appassionati di Formula 1. Eppure la storia è particolare e rivela aspetti che non sono per nulla usuali. Lewis Hamilton ha perso la prima posizione perché il suo team lo ha richiamato ai box per uno strano pit stop che – poiché ormai la gara stava per concludersi – non serviva e che invece gli ha fatto perdere il Gran Premio che fino a quel momento stava dominando.

La vicenda ha sorpreso tutti e ha sconvolto le menti dei membri del team teutonico della Mercedes che, dopo aver fatto della perfezione il proprio totem, è scivolato su una banale buccia di banana che loro stessi hanno buttato a terra. L’austro-ungarico Toto Wolff a Montecarlo ha perso la faccia e l’errore è stato così marchiano che il tapino lo ha ammesso subito e ha cercato di dare delle spiegazioni che rivelano come è bene non sentirsi mai tranquilli quando si gestiscono sistemi complessi e bisogna prendere decisioni rapidamente sulla base di dati che vanno sempre interpretati con attenzione. Vediamo cosa a detto Wolff a chi gli ha chiesto spiegazioni: “Abbiamo pensato che Hamilton avesse abbastanza vantaggio per montare le gomme nuove e rientrare in pista davanti a Rosberg e a Vettel, invece non è accaduto e Lewis è passato in terza posizione“.  Questa è la versione riportata da quasi tutti i giornali. Solo alcuni hanno dato maggiori dettagli che mostrano che il problema è un po’ più grande di una semplice scelta di pit stop sbagliata. Le dichiarazioni di Wolff che fanno capire che il problema è un po’ più complesso, sono le seguenti: “La decisione è stata presa tenendo in considerazione un sacco di informazioni allo stesso tempo, ma si tratta di analisi che vengono compiute in una frazione di secondi. Abbiamo seguito i dati, così funziona oggi lo sport, ma in questo casi i numeri erano errati. … La decisione è stata presa mettendo insieme un sacco di informazioni in poche frazioni di secondo, si raccolgono più input possibili dagli ingegneri, dalla gestione, dalla macchina, dal pilota e poi si prende la decisione. In questo caso l’algoritmo ha generato la decisione sbagliata“.

Senza voler usare paroloni, da quello che ha detto Toto Wolff viene fuori che i big data, che in ogni istante di una gara il team Mercedes raccoglie (anche gli altri team ovviamente lo fanno), non sono bastati ad evitare un errore da dilettanti, uno sbaglio che ha fatto perdere la gara ad Hamilton e, anche se non lo diranno mai, ha messo in crisi i processi decisionali dell’intero team di Wolff.

Soltanto due giorni prima del guaio di Monaco, Bloomberg Business aveva pubblicato una bella intervista video con Lewis Hamilton nella quale il pilota spiegava l’importanza dei big data nella strategia vincente del team Mercedes. Circa 300 sensori sulla macchina che al momento è l’auto più sofisticata al mondo, raccolgono grandi quantità di dati e li trasmettono per l’elaborazione ad un data center apposito capace di gestire 1 GB di dati al secondo. Tutto questo ben di dio di dati e poi cosa accade? Accade che evidentemente i big data non bisogna soltanto raccoglierli ma è necessario usarli e interpretarli bene. Nel pomeriggio di domenica scorsa questo non è accaduto nonostante il team Mercedes oggi rappresenta quanto di meglio le nuove tecnologie possano offrire e nonostante le tante algebriche menti germaniche che lo compongono. Forse un giorno ci spiegheranno cosa è veramente successo in quei momenti nei quali hanno “seguito i dati”. Al momento, insieme con Lewis Hamilton, possiamo dire che non è facile “seguire i dati” – soprattutto quando sono big – senza rischiare di generare un big errore.

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