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To be or not to be … profitable?

Calabria

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2 minuti 42 secondi

FRANCESCO MOLLO

La letteratura e il cinema hanno trattato molto il tema della casualità.

È la vertigine del profitto, cos’altro può essere sennò. Esattamente come accade con l’abuso di alcolici o di sostanze stupefacenti, così l’idea che dalla terra possano venire su cose che hanno un valore di mercato fa perdere la lucidità mentale del coltivatore che, perciò, inizia a fantasticare sui possibili sviluppi di un’impresa.
È quel che mi accade spesso, nell’oro. Non a me – o forse anche a me, ma solo gli altri si accorgono quanto si sia in stato di ebbrezza -  ma più spesso a chi viene a trovarmi e incomincia a coltivare pomodorini e peperoncini con me. «Facciamone un business».
Sul dizionario italiano le definizione di vertigine ed ebbrezza sono abbastanza esaustive, e intuitive. Quella di hobby, no: non abbastanza. È svago, passatempo, qualcosa che si fa fuori dal lavoro per puro diletto. Forse perché è parola inglese, che gli anglosassoni la definiscono meglio, più direttamente: «something that you don’t intend to make money with». È la definizione che ho trovato, non a caso, su un sito americano dedicato agli hobby farmer - i contadini per diletto, insomma – che offre un decalogo essenziale per iniziare con il piede giusto questo straordinario passatempo. E spiega, al punto 2, dopo aver esortato (al punto 1) a “rimanere piccoli”, a non mischiare il piacere con il profitto. «If you’re running a true business that you hope to earn you something beyond the food you eat and a few thousand dollars at the farmers market, you’re not a hobby farmer». Se vuoi fare soldi con l’orto sei un agricoltore, punto e basta. Con i diritti e i doveri della categoria.
Non so quanto sia convincente questa visione. Di certo l’orto non può sfuggire alle categorie, ma ho l’impressione che afferisca più alla not economy che alla green economy o qualcosa del genere: è l’essenza stessa dell’economia che non esiste; quella che sfugge alle stime, alle statistiche e alla “dittatura del prodotto interno lordo” per usare un’espressione cara all’economista – mio prof di analisi tecnica dei mercati finanziari - Pierangelo Dacrema*. Quella che sfugge alle leggi medico-sanitarie e fiscali.
L’orto è il luogo della clandestinità; è una dichiarazione di illegalità; il campo di battaglia sul quale ci si muove più come guerriglieri – uniti, sì, ma acquattati nella palude, piccoli piccoli - che come soldati in divisa.
Hobby farmers of all lands, unite!   … but stay small; don’t try to be profitable. Tanto è inutile.

*Negli ultimi anni le librerie si sono riempite di testi dedicati al tema del pil e dei parametri alternativi per misurare la produzione di uno Paese. Fra questi – leggo, perché non li ho letti -  ‘DePILiamoci' (di Roberto Lo Russo e Nello De Padova), ‘La soglia della sostenibilità. Ovvero quello che il pil non dice' (di F. M. Pulselli, S. Bastianoni, Nadia Marchettini ed Enrico Tezzi) e ‘La scommessa della decrescita' di Serge Latouche.

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