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Il campione mondiale di fotografia subacquea, Francesco Sesso, con la sua lezione ci accompagna in un viaggio nelle acque profonde del mare


Lucio Dalla cantava: “com’è profondo il mare”. La verità è che noi, spettatori assenti dalla costa, non abbiamo una reale contezza di questo sconfinato specchio blu. Magari, si, lo vediamo e ci rendiamo conto che sta soffrendo o magari immaginiamo – nella mente da bambini – chissà di quale Atlantide custodisce il segreto o chissà quali sirenette e tritoni giocano con i delfini. Ma del mare sappiamo molto poco per l’errata tendenza a credere che sia una fonte inesauribile, sempre esistita e pronta ad accoglierci per i bagni l’estate.

Il mare dà, tantissimo, ma restituisce anche tutto il male che gli è stato fatto. È il ciclo della vita, la catena alimentare. L’incuria e l’egoismo umano torneranno a ritorcersi contro l’uomo. Che sia nelle microplastiche nascoste e ingerite tramite il consumo ittico o nel più grande tema della crisi climatica. E protegge molto: vita, flora, storie di antichissime civiltà. Quel che il mare nasconde, solo il mare lo sa. E chi lo esplora nelle sue discese sommerse.

Francesco Sesso esplora le acque profonde sembra da sempre e tutto ciò che è il mare, lo conosce bene. Campione mondiale di fotografia subacquea, sub, istruttore di diving e ricercatore, racconta, attraverso la sua esperienza, quello che i suoi occhi hanno potuto osservare nel corso degli anni.
C’è un momento preciso in cui il mare ha cambiato per sempre la vita di Francesco. Non una scoperta scientifica, non una fotografia premiata, quelle sono arrivate dopo, ma un gesto semplice, quasi banale: il primo respiro sott’acqua. Succede davanti all’isola di Cirella, oltre quarant’anni fa, nel suo mare. Fino ad allora c’erano state maschera, pinne e apnea, poi due amici gli porgono un autorespiratore. «Presi aria e, per abitudine, la trattenni. Poi capii che potevo espellerla e respirarne ancora. Mi si è aperto un mondo. Pensai: ma guarda, si può respirare sott’acqua».

Oggi quel ricordo è ancora vivido come allora, il punto da cui è nato un percorso fatto di migliaia di immersioni, ricerca scientifica e fotografia subacquea. Ogni immersione può regalare qualcosa che non si è mai visto: una specie rara, un branco inatteso, un reperto archeologico rimasto nascosto per duemila anni ad esempio. «Quando trovi qualcosa di particolare è come un premio – racconta – è quasi il mare che ti restituisce quello che gli hai donato con la tua passione». Ogni incontro è qualcosa che il mare decide di concedere. Così è stato davanti a Panarea, quando si è trovato faccia a faccia con una rarissima foca monaca, oppure nello Stretto di Messina con l’emozione di imbattersi in reperti archeologici.

Eppure, accanto allo stupore, c’è anche la delusione. Perché chi osserva il mare dalla prospettiva capovolta alla nostra, vede ciò che dalla superficie spesso rimane invisibile. «Il mare non nasconde nulla, siamo noi a credere che lo faccia», racconta. Sui fondali compaiono pneumatici da decine di chilogrammi, bottiglie, rifiuti di ogni genere, perfino carcasse di automobili trascinate fino a duemila metri di profondità nello Stretto di Messina. Il tema della tutela del mare calca le pagine dei quotidiani sempre più frequentemente, il problema è che non sembra essere ancora compresa profondamente. Le parole di Francesco, quello che negli anni ha fotografato, sono immagini che raccontano molto più dell’inquinamento.

L’uomo che ha sempre utilizzato il mare come discarica nascosta, nella feroce illusione che fosse una coperta sotto cui seppellire qualsiasi cosa. «Ti si stringe il cuore per lo stato di salute del mare», dice e descrive bene il danno che deliberatamente l’uomo crea Il mare restituisce, tutto, e nel peggiore dei modi. La crisi climatica, infatti, parte da lì. Francesco spiega «se funziona il mare funziona anche tutto il resto dell’ecosistema terrestre, se non funziona l’ecosistema marino, va in crisi pure l’ecosistema terrestre. Tutti questi fenomeni atmosferici violenti sono dettati proprio dall’eccessivo riscaldamento delle acquee, non della terra ferma. Il mare ha un’importanza fondamentale sulla vita terrestre.».

È una ferita che conosce bene anche la Calabria. I fiumi, dopo le piene, trascinano verso il mare tutto ciò che trovano lungo il loro corso: plastica, materiali abbandonati, intere discariche abusive. È successo anche al Trionto, ricorda Francesco, dove l’esondazione ha riversato in mare enormi quantità di rifiuti proprio davanti a una Zsc (Zona Speciale di Conservazione) con una delle più importanti praterie di Posidonia. Ed è proprio la Posidonia oceanica, pianta marina simbolo del Mediterraneo, l’immagine che Francesco Sesso sceglierebbe per raccontare un mare in salute. Non un’alga, ma una vera pianta che produce ossigeno, protegge le coste dall’erosione e ospita centinaia di specie. «Una prateria integra, magari in fase riproduttiva, è la fotografia più bella che si possa mostrare per spiegare cosa significhi un ecosistema sano».

Eppure, nonostante tutto, la Calabria continua a sorprenderlo. Ha fotografato gli oceani del mondo, dalle acque della Papua Nuova Guinea ai mari tropicali, ma quando gli si chiede quale luogo riesca ancora a emozionarlo la risposta torna sempre qui. Lo Stretto di Messina, Scilla, l’isola di Cirella. «Ho girato il mondo, ma una regione interessante come la Calabria non l’ho mai incontrata». Merito di una biodiversità straordinaria, dell’incontro tra due mari, della vicinanza dei grandi fondali alla costa e di un continuo ricambio delle acque che rende questo tratto di Mediterraneo uno dei più ricchi.

Il mare, dice, continua a insegnargli ogni volta la stessa lezione: il rispetto. «Noi non siamo pesci. Siamo uomini che si adattano ad andare sott’acqua». È un ambiente che non appartiene all’uomo e proprio per questo va osservato con umiltà. Perché dal suo equilibrio dipende anche il nostro. E dovremmo imparare a rispettarlo come il cuore pulsante della nostra vita.

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