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Padre uccise il figlio a Lamezia, condannato a 12 anni. Riconosciuta la seminfermità per le continue vessazioni familiari della vittima
LAMEZIA TERME – Dodici anni per aver ucciso il figlio un anno fa. La Corte di Assise dí Catanzaro, infatti, riconosciuta la seminfermità e le circostanze generiche, prevalenti all’aggravante del vincolo familiare, ha condannato Francesco Di Cello, 65 anni, ex guardia giurata, che a maggio del 2025 confessò di aver ucciso il figlio Bruno di 36 anni in località Marinella.
Vizio di mente al momento dell’omicidio
La Corte ha condiviso le richieste del pubblico ministero e dei difensori del Di Cello, gli avvocati Giuseppe Spinelli e Renzo Andricciola, che hanno concordemente rimarcato la mancanza di piena volontà del delitto da parte dell’imputato, conculcato da una coercizione psichica interna provocata dal suo stato di salute, compromesso dai gravi comportamenti vessatori del figlio nei confronti dei suoi familiari, valorizzando l’onestà dimostrata dall’uomo nel corso della sua confessione, rimarcata dal perito medico legale professore Ferracuti.
Nel corso dell’incidente probatorio di luglio 2025, davanti al gip di Lamezia, Francesco De Nino, era stato riconosciuto un vizio di mente nel momento in cui uccise il figlio. Il professore Ferracuti accertò la sussistenza di un vizio di mente al momento del fatto, tale da far scemare la consapevolezza e volontarietà dell’omicidio del 2 maggio 2025. Gli avvocati Spinelli e Andricciola, avevano anche sollevato al gip una questione di costituzionalità in relazione alla Legge Cartabia, che però prevede il abbreviato nel caso di reati puniti con l’ergastolo. Il gip quindi rigettò le richieste dei legali dell’imputato, accogliendo giuridicamente la richiesta di inserire l’imputato nei centri di giustizia riparativa.
La confessione e l’ennesima lite che scatenò la furia omicida
Come si ricorderà, l’ex guardia giurata, si costituì al commissariato confessando che la sua furia omicida era scattata per la disperazione in cui ormai si sarebbe trovata la famiglia per via della vita che conduceva Bruno Di Cello, con il sogno di diventare un modello, con la passione delle arti marziali ma che avrebbe sottoposto i familiari a continue vessazioni, violenze, minacce per ottenere dei soldi. E questo perché l’uso di droghe e alcol oltre alla ludopatia avrebbe sopraffatto il 36enne. Sui social pubblicava anche un video in cui annunciava le sue giocate.
Fu una confessione sofferta quella di Francesco Di Cello davanti al pm prima e al gip poi parlando di «una situazione ormai esasperata» precipitata evidentemente la mattina del 2 maggio scorso. L’uomo raggiunse il figlio (che aveva chiamato il padre per un problema a una gomma di una Giulietta bianca) in località Marinella dove il giovane ucciso viveva da solo. Qui nasceva l’ennesima lite e, improvvisamente, partì un colpo di pistola diritto al volto che uccise Bruno Di Cello.
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