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Guardia di finanza sul ponte Morandi

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CATANZARO – Le informazioni riservate viaggiavano su canali preferenziali, tra giornalisti disponibili, deputati compiacenti e rappresentanti delle forze dell’ordine infedeli.

Tra questi ultimi, c’è la figura cardine dell’ispettore della guardia di finanza Michele Marinaro che, secondo le accuse, avrebbe goduto di favori e promozioni professionali. L’operazione “Brooklyn” (LEGGI TUTTE LE NOTIZIE) rappresenta uno spaccato inquietante di quel “mondo di mezzo” finito molte volte al centro di inchieste giudiziarie che legano ‘ndrangheta, politica e mondo delle professioni.

Al centro di questo meccanismo c’era proprio il sottoufficiale della guardia di finanza accusato ora di rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio, corruzione giudiziaria, aggravate dall’avere agevolato un’organizzazione criminale. In realtà, il nome di Marinaro non è nuovo. Prima in servizio alla Direzione investigativa antimafia di Catanzaro, poi direttamente alle dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri servizio informazione, era finito nei guai con la maxi inchiesta “Rinascita Scott”. Anche all’epoca le accuse erano quelle di concorso esterno in associazione mafiosa e rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio.

Tra i suoi principali interlocutori, secondo l’imponente inchiesta contro la ‘ndrangheta, c’era l’avvocato Giancarlo Pittelli, mentre nella nuova indagine si sarebbe messo «a disposizione di Sgromo Eugenio», «in cambio di utilità sia di contenuto economico che di altro contenuto». Persino, un trattamento di favore per l’acquisto di un’autovettura fino all’interessamento di Sgromo per il suo passaggio alle dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri servizi di informazione.

I nomi e i fatti che emergono dall’inchiesta sono eclatanti. Il trasferimento, nella sede di Reggio Calabria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, sarebbe avvenuto «per il tramite dell’interessamento dell’on. Ferdinando Aiello», all’epoca deputato del Partito democratico.  

Il tutto sarebbe maturato per ricambiare un importante favore che i fratelli Sgromo avrebbero ricevuto dallo stesso Marinaro. Nello specifico, il sottufficiale avrebbe proposto al magistrato titolare di un’indagine di riqualificare il delitto contestato ai due imprenditori da associazione a delinquere di stampo mafioso a favoreggiamento aggravato dalle modalità mafiose. Quindi, con una ulteriore delega di indagine, il maresciallo avrebbe evidenziato allo stesso magistrato l’insussistenza anche del favoreggiamento. Tra l’altro, nonostante la posizione del maresciallo Marinaro, entrambi i fratelli Sgromo furono poi condannati nel rito abbreviato che scaturì dalle indagini.

In questo vortice di interessi e affari reciproci, Marinaro avrebbe spesso riferito informazioni a Eugenio Sgromo che, «a sua volta – scrive il Gip nell’ordinanza di oggi – sollecitava l’acquisizione di informazioni anche per il tramite di Paolo Pollichieni, direttore del Corriere della Calabria». Per il giornalista deceduto si trattava di «informazioni coperte da segreto investigativo in merito all’evoluzione» di alcune indagini.

Tutte ipotesi di reato su cui poi saranno necessari approfondimenti ulteriori, anche rispetto alla posizione di chi oggi non potrà difendersi in questo procedimento, mentre la stessa guardia di finanza, con un lavoro attento e meticoloso, ha evidenziato il ruolo del militare infedele e dei suoi sodali.

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