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IL PROSSIMO Capitolo provinciale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini potrebbe definitivamente assumere la decisione di “ritirare la fraternità” dal convento annesso alla Chiesa del Monte dei Morti. Si tratta certamente di una vicenda dolorosa, che merita di essere analizzata, distinguendo bene due aspetti: il primo riguarda la presenza dei cappuccini in città; il secondo, invece, il patrimonio culturale che possiede il convento del Monte, in modo particolare per quanto attiene alla biblioteca e all’archivio. Separare i due piani è fondamentale per ribadire che l’importante opera svolta dai francescani nel rinnovamento della vita civile, sociale e religiosa della nostra città prescinde, com’è ovvio, dal valore artistico, storico e culturale dei beni che sono nella loro disponibilità. In altre parole, la testimonianza religiosa dei seguaci del Santo d’Assisi è già essa stessa un valore da preservare.

I Frati arrivano a Catanzaro intorno 1534, dopo circa sei anni dalla bolla “Religionis zelus” (1528) di Clemente VII, che approva uno stile di vita francescano più radicale. A volerli sono gli stessi catanzaresi, come riporta Vincenzo D’Amato nelle sue “Memorie Historiche”: «crescendo la fama della vita religiosa ed esemplare, che i Cappuccini menavano, furono dai Catanzaresi chiamati, quali nella città si trasferirono (…)». Dopo un breve periodo di soggiorno nel convento della Santissima Trinità, i Cappuccini realizzano e utilizzano, per circa tre secoli, il complesso religioso, che sarebbe poi passato al demanio militare per ospitare, all’indomani dell’Unità di Italia, la Caserma “Pepe”, a seguito delle leggi di eversione del patrimonio ecclesiastico. Il convento che conosciamo oggi, quindi, annesso alla Chiesa del Monte, è abitato dai cappuccini dal 1885, anche se la Bolla episcopale di cessione del “servizio amministrativo e religioso” del Sacro Oratorio del Monte risale al 30 aprile 1892.

LA PRESENZA DEI CAPPUCCINI A CATANZARO

Il convento dei cappuccini di Catanzaro, anche per la sua centralità, è un solido punto di riferimento per la città e per la famiglia religiosa. Basti pensare che in esso sono stati celebrati ben venti Capitoli provinciali, secondo quanto riferisce Padre Remigio Le Pera nel libro “I cappuccini in Calabria e i loro 80 conventi” (1971). Inoltre, la stessa fraternità del Monte dei Morti è stata sede per diversi anni della Curia provinciale, fino al 2006.
Il numero dei frati cappuccini a Catanzaro subisce un incremento tra gli anni ’60 e ’70. Al ministero svolto presso il Monte, nella seconda metà del Novecento, si aggiungono il servizio di assistenza spirituale all’Ospedale “Pugliese” e la cura pastorale della parrocchia “Madonna di Pompei”, nella zona ovest della città, affidata all’Ordine nel 1971 dall’arcivescovo Armando Fares. Un segno, certamente, dell’attenzione e della stima che la Chiesa locale ha sempre nutrito nei confronti dei frati cappuccini.

La chiesa e la canonica di “Madonna di Pompei” sono consegnate in rustico ai frati, che provvedono, a loro spese, all’adeguamento dei locali e alla costruzione di un secondo piano, nonché alla realizzazione delle vetrate artistiche e dell’imponente mosaico di Padre Ugolino da Belluno. Ma il fenomeno del calo delle vocazioni inizia a farsi sentire. Già nel 1972, una volta accettata la parrocchia “Madonna di Pompei”, il Padre Generale chiede ai superiori di valutare la possibilità di chiudere una fraternità. In quell’anno il capitolo provinciale decide per la chiusura della fraternità di Cropani, che però rimane aperta (e ancora oggi lo è), “in effetti e giuridicamente”, come riporta Padre Aldo Mercurio nel libro “La Parrocchia ‘Madonna di Pompei’ in Catanzaro. Storia, arte, attività pastorali” (2008). Dalle cronache di quegli anni si evince come, per rispondere al problema della mancanza di vocazioni, più che chiudere un convento a Catanzaro, i frati pensano di realizzare un più grande complesso religioso, capace di accogliere le fraternità della città e la sede del Provinciale.

È con questa idea che nel 1984 i frati cappuccini accettano dall’arcivescovo Antonio Cantisani anche la parrocchia di “Mater Domini” e si adoperano, sotto impulso dell’infaticabile Padre Pasquale Pitari, per la costruzione del complesso parrocchiale, la cui prima pietra viene posta nel 1990. Tra la parrocchia “Madonna di Pompei” e quella di “Mater Domini” i frati dimostrano la loro capacità ad essere “costruttori” di comunità. Il tentativo di formare un’unica comunità religiosa a Catanzaro è testimoniato anche dalla circostanza che per diversi trienni (1984-1987; 1987-1990; 2002-2005) la fraternità del Monte e quella di “Madonna di Pompei” sono unite. Un’altra ipotesi presa al vaglio tra gli anni ’80 e ’90 – che, però, non troverà realizzazione – è quella di costruire un convento più grande in località “Cutura”, su un terreno di 7mila metri quadrati che il Comune di Catanzaro avrebbe donato alla diocesi.

I frati sembrano ragionare per “addizione”: a fronte della mancanza di vocazioni, intensificano l’apostolato senza rinunciare all’impegno pastorale a cui sono chiamati dai vescovi del luogo. Ma tra la metà degli anni Novanta e i primi anni del Duemila cambia la prospettiva: si inizia a ragione per “sottrazione”. Dopo aver lasciato, nel 1996, la parrocchia di “Mater Domini”, nel 2005 il Ministro Provinciale e il definitorio annunciano la chiusura della fraternità di “Madonna di Pompei”, sulla base di un questionario predisposto dalla Commissione precapitolare. Ad onore del vero, se leggiamo bene gli atti contenuti nel già citato libro di Padre Mercurio, il questionario non parla di “chiusura”, bensì di “ridimensionamento”, che è cosa ben diversa; tant’è che alla domanda di lasciare la parrocchia i frati rispondono in maniera negativa. Ma la fraternità viene comunque chiusa e la parrocchia “restituita” alla diocesi, rinunciando peraltro anche all’indennizzo.

Sfuma così l’intenzione di una grande comunità cappuccina a Catanzaro. Ormai lasciato un convento cittadino più funzionale e più moderno rispetto a quello del Monte, l’anno successivo, nel 2006, quando sono fuse le due province di Reggio – Catanzaro e di Cosenza, in un’unica Provincia di Calabria, non ci vorrà molto tempo ad individuare la nuova curia provinciale nel convento di Lamezia Terme.

Perché in quel caso non si pensa di mantenere la curia della nuova provincia di Calabria nel capoluogo di regione che è anche sede arcivescovile metropolitana? I motivi possono essere diversi; e certamente il dato che Lamezia Terme è meglio servita dai mezzi pubblici rispetto a Catanzaro non è da sottovalutare.

È in questo contesto che oggi si inserisce la probabile chiusura della fraternità del Monte dei Morti. In circa mezzo secolo e dopo quasi cinquecento anni di storia, la città di Catanzaro potrebbe passare dall’avere due fraternità cappuccine e due parrocchie a non avere più alcuna presenza di questi frati. Ma c’è una domanda che rimane ancora da fare: con l’eventuale chiusura del Monte che ne sarà dei francescani che prestano il ministero presso l’Ospedale “Pugliese”? Anche il nosocomio cittadino si troverà privato del servizio dei frati oppure, in quel caso, i francescani saranno posti alle dirette dipendenze del Padre provinciale o, ancora, saranno giuridicamente incardinati in un’altra fraternità nel territorio della diocesi, come Cropani, mantenendo – in entrambe queste ultime due ipotesi – il loro ministero a servizio degli ammalati e dei sofferenti?

I BENI CULTURALI

Con la chiusura di questa fraternità cappuccina emerge anche il tema dei beni storici, artistici, culturali, librari e archivistici che il Monte custodisce. Quale sarà la sorte di questi beni? La questione merita di essere analizzata con la dovuta attenzione, anche da un punto di vista normativo, tenendo anche presente la storia della Chiesa del Monte, il cui servizio amministrativo e religioso – come abbiamo già detto – passa sotto i cappuccini soltanto nel 1892. In questo caso, individuare a chi fa capo la titolarità dei diversi beni (bene per bene, s’intende) è un’operazione essenziale.

Dal volume di Padre Lepera leggiamo che il convento possiede un’importante tela di metri 3,60 x 2,59 che raffigura la Madonna in Adorazione, con San Michele Arcangelo, San Francesco d’Assisi e San Bonaventura databile al 1642; questa tela è l’unico quadro rimasto dal precedente convento. Al pari sono stati lavorati come paramenti cappuccini 8 ferze, alte 0,50 metri e lunghi, in totale, 48 metri, di damaschi in seta tessuti a Catanzaro tra il Sei e il Settecento. Candelieri in argento, reliquiari e un prezioso ostensorio compongono la ricca argenteria, mentre per quanto riguarda gli ori, degni di nota sono un prezioso calice ed un anello, doni del cardinale reggino Luigi Tripepi (1836-1906), prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, Sostituto alla Segreteria di Stato e Prefetto della Congregazione dei Riti. La biblioteca, inoltre, tra migliaia di volumi di grande pregio annovera anche cinquecentine, seicentine, settecentine e ottocentine. Secondo alcune indiscrezioni, pare che – a prescindere dalla chiusura o meno della fraternità del Monte – la volontà della Provincia monastica di Calabria sia quella di realizzare un archivio centrale a Lamezia Terme e una biblioteca centrale a Cosenza.

Si comprendono le ragioni che spingono ad organizzare un unico archivio della regione monastica in quella che ora è la sede della curia provinciale. Ma diverso è il caso della biblioteca. L’art. 5 c. 1 dell’Intesa tra il Ministro per i beni e le attività culturali e il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana relativa “alla conservazione e consultazione degli archivi d’interesse storico e delle biblioteche degli enti e istituzioni ecclesiastiche” consacra il principio secondo il quale “i beni librari di interesse storico (manoscritti, a stampa e su altri supporti) appartenenti ai medesimi enti e istituzioni rimangano nei rispettivi luoghi di conservazione”. In realtà lo stesso principio è ribadito per i beni documentali e gli archivi all’art. 1 c. 2, ma il c. 4 della stessa disposizione specifica che allorché necessario gli stessi beni siano depositati negli archivi storici della provincia di riferimento. È anche vero che l’attuale disciplina normativa dei beni culturali di interesse religioso, per come sono definiti dal Codice “Urbani”, è costruita sulla base del criterio dell’appartenenza, cioè in ragione della titolarità dei beni, pur rimanendo fermi i poteri delle sovrintendenze e le competenze degli enti locali, in un sistema di pesi e contrappesi. Ma non c’è dubbio i beni culturali rappresentano una categoria di beni la cui titolarità giuridica, nel sentire della comunità, viene in secondo piano. Sono “beni comuni” nel senso che la comunità percepisce come propri, che fanno parte dell’identità storica e culturale, che devono essere resi disponibili alla fruizione della comunità. Si tratta anche di una questione di giustizia “distributiva”: è indubbio, ad esempio, che la biblioteca del Monte negli anni si è arricchita delle donazioni di sacerdoti, religiosi e famiglie catanzaresi.

Con sincerità dobbiamo ammettere che su questi temi il nostro ordinamento giuridico ancora arranca nel rintracciare soluzioni normative e nel costruire categorie, per quanto riguarda la materia dei beni culturali, il cui regime giuridico vada al di là della tradizionale dicotomia pubblico/privato. Ma in attesa che intervenga il legislatore, forse una via d’uscita nel nostro caso potrebbe esserci. Nell’eventualità in cui la fraternità del Monte sia chiusa, la provincia cappuccina di Calabria potrebbe donare al Comune di Catanzaro o all’arcidiocesi di Catanzaro-Squillace quei beni che fanno parte della storia, della cultura, dell’arte della nostra città. Vi è da ricordare che quando i cappuccini nel 2005 lasciano “Madonna di Pompei” non chiedono alcun indennizzo alla diocesi, nonostante lo stesso arredamento parrocchiale fosse di proprietà dell’Ordine. Lo fanno proprio in ragione della povertà professata e del ministero disinteressato prestato alla Chiesa locale. E adesso, quindi, perché non pensare ad una donazione di questi beni alla città? Sarebbe un gesto di gratitudine da parte dei frati cappuccini, nei confronti di una città che li ha chiamati, li ha accolti per più di cinquecento anni e che continua a volere loro bene, per il grande servizio prestato nei confronti degli ultimi, dei poveri, dei diseredati.

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