Il cantiere dell'ospedale della Sibaritide
2 minuti per la letturaRigettata la richiesta di arresto per il presunto autore dell’incendio al cantiere dell’ospedale della Sibaritide: gli indizi non sarebbero sufficientemente precisi
CORIGLIANO ROSSANO – Il giudice del Tribunale di Castrovillari, Annamaria Grimaldi, ha rigettato la richiesta di arresto formulata dalla Procura nei confronti di Giovanni Trentacoste, 26 anni, palermitano, indagato per l’incendio all’interno del cantiere del costruendo ospedale della Sibaritide, a Corigliano Rossano. Il rogo divampò la mattina del 28 ottobre 2024, in contrada Insiti, interessando il Polo tecnologico, adiacente alla struttura principale e destinato a ospitare gli impianti elettrici e meccanici a servizio dell’ospedale, momentaneamente utilizzato come magazzino per il deposito dei materiali da costruzione da parte delle varie ditte impegnate nell’edificazione dell’opera.
Le fiamme si svilupparono a partire da una pedana su cui erano posti dei tubi in propilene Valsir e si propagarono in breve tempo, distruggendo gran parte del materiale presente nel magazzino, tra cui una cisterna di gasolio e del solvente utilizzato per la pulizia dei tubi, e provocando danni di proporzioni ingenti all’intera struttura.
LA RICOSTRUZIONE DEI FATTI DALLE IMMAGINI DI VIDEOSORVEGLIANZA
Secondo quanto ricostruito dal pm di Castrovillari sulla scorta delle immagini estrapolate dagli impianti di videosorveglianza e delle testimonianze degli operai del cantiere, Trentacoste, operaio della Ennegi Service Srl – cui la ditta appaltatrice dell’ospedale “D’Agostino Costruzioni Generali Spa” aveva affidato in subappalto alcuni lavori – avrebbe fatto ingresso in magazzino intorno alle 10.45, prelevando alcuni tubi e rimanendo all’interno della struttura per alcuni minuti. Sul posto insieme a lui, anche il magazziniere supplente che, tuttavia, alle 10.52, circa 7 minuti prima che divampasse l’incendio, si era allontanato a bordo di un furgone guidato dal fratello per recarsi in bagno a casa sua – nonostante la presenza di servizi igienici nel cantiere – e dicendo a Trentacoste di annotare autonomamente sul registro posto all’ingresso il materiale prelevato.
INDIZI NON SUFFICIENTEMENTE PRECISI
L’indagato, dunque, sarebbe rimasto da solo nel deposito per circa 7-8 minuti, un tempo che – sulla base delle stime ricavate dalle prove pratiche esperite dai carabinieri del Reparto territoriale di Corigliano Rossano mediante l’impiego di solventi e diavolina – sarebbe stato sufficiente a innescare la combustione dei tubi e a far divampare l’incendio. Tuttavia, nonostante la gravità degli elementi indiziari emersi a carico del Trentacoste, tali indizi non sono, a parere del giudice, «sufficientemente «precisi e concordanti in considerazione della plausibilità di versioni alternative della vicenda».
Le immagini delle telecamere, ad esempio, registrano la presenza sospetta di un operaio con gilet giallo e casco bianco nei pressi della zona interessata dall’incendio 25 minuti prima. Ma – come valorizzato anche dal difensore dell’indagato, l’avvocato Francesco Cribari, in sede di interrogatorio -, Trentacoste quel giorno indossava un giubbino arancione come gli altri operai. Il giudice ha respinto la richiesta della misura nei suoi confronti.
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