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Strage di Amendolara, dubbi sul ruolo dei due pakistani fermati e focus sul caporalato tra Calabria e Basilicata. Sotto esame contratti, sfruttamento e lavoro irregolare nella piana di Sibari
COSENZA – Safeer Ahmed e Ali Raza, i due trentunenni pakistani sottoposti a fermo per l’omicidio dei quattro braccianti ad Amendolara, erano davvero i “capi” di un’organizzazione criminale – come dichiarato in tv dall’unico sopravvissuto alla strage, Taji Mohammad Alamyar – avallata dalle cosche locali, oppure erano anch’essi lavoratori agricoli che si facevano pagare per il trasporto dei migranti nei campi? Sul ruolo dei due indagati ruota uno degli interrogativi centrali dell’inchiesta che – come hanno lasciato intendere gli inquirenti nel corso della conferenza stampa – segue la pista del caporalato quale ipotesi principale. Anche le condizioni contrattuali e di retribuzione dei lavoratori dovranno, ora, passare al vaglio di chi indaga, in particolare quelle applicate dall’azienda di Scanzano Jonico, in provincia di Matera, che fino a poco tempo prima aveva impiegato sia le vittime che i presunti autori dell’omicidio nella raccolta delle fragole.
STRAGE DI AMENDOLARA, IL SISTEMA DEL CAPORALATO TRA CALABRIA E BASILICATA
Un’operazione che non si preannuncia del tutto semplice dal momento che bisognerà districarsi nel «coacervo» di elementi, per usare le testuali parole del procuratore di Castrovillari Alessandro D’Alessio, alla base del sistema di caporalato tra Calabria e Basilicata. Abbiamo appreso, infatti, come sia vittime che carnefici fossero tutti migranti regolarmente muniti di permesso di soggiorno. Come spiegato in conferenza stampa dal capo della Questura di Cosenza Antonio Borelli, esiste, infatti, un articolo di legge, il 18-ter del dlgs 286/98, che consente al questore di dare il permesso di soggiorno regolare anche al lavoratore sfruttato.
PERMESSI DI SOGGIORNO RILASCIATI
«In una provincia non enorme, ma nemmeno tanto piccola, come quella di Cosenza – ha detto Borelli – dal mese di settembre 2025 a oggi abbiamo rilasciato 17 permessi di soggiorno a lavoratori sfruttati. Significa che siamo andati nelle aziende, abbiamo verificato che l’azienda utilizzava lavoratori in nero, magari senza contratto, abbiamo sequestrato, denunciato e deferito il titolare dell’azienda e rilasciato il permesso di soggiorno al lavoratore sfruttato: quindi questa può essere una tutela, nel senso che la regolarizzazione può derivare dalla circostanza provata che il lavoratore è oggetto di lavoro nero».
DISTINZIONE TRA LAVORO GRIGIO E NERO TOTALE
Una distinzione ulteriore va fatta, inoltre, tra lavoro “grigio” e lavoro “nero totale”: secondo uno studio dei ricercatori del Cnr-Ismed, nel primo caso i contratti esistono formalmente ma le tutele sono di fatto annullate: orari oltre i limiti di legge, salari alterati e giornate lavorative non corrispondenti a quelle dichiarate; nel secondo, invece, si registra la totale assenza di regolarizzazione, con forme di sfruttamento estremo che colpiscono soprattutto lavoratori vulnerabili, spesso senza permesso di soggiorno e senza alternative economiche.
A livello regionale, in Calabria si stimano 11-12 mila lavoratori agricoli in condizioni di irregolarità, una parte consistente dei quali impiegata proprio nella piana di Sibari.
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