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Il sopravvissuto alla strage di Amendolara racconta le minacce con coltello, mentre un altro testimone parla della telefonata in cui Alì confessa gli omicidi.
CASTROVILLARI – «Stamattina io e questi ragazzi con cui lavoravamo insieme, siamo stati presi da Alì, il conducente del mezzo su cui viaggiavamo. Il ragazzo a lato passeggero ha preso un coltello e l’ha messo alla gola di uno dei ragazzi che viaggiava con noi. Io mi trovavo seduto dietro. Il conducente era vestito di nero ed è il “capo”». Ha inizio così la drammatica testimonianza, ripresa dal gip nell’ordinanza di convalida dei fermi, di Taj Mohammad Alamyar, unico sopravvissuto alla strage di Amendolara, in cui due braccianti afghani e uno pakistano hanno perso la vita, bruciati vivi in un minivan sulla Statale 106.
Il “capo” di cui parla è Alì Raza, uno dei due pakistani arrestati con l’accusa di omicidio plurimo e pluriaggravato e tentato omicidio e attualmente detenuto nel carcere di Castrovillari, insieme al complice, Safeer Ahmed. Taj, scampato miracolosamente alla trappola di fuoco, svela agli inquirenti l’antefatto, parlando della lite, avvenuta la mattina prima della tragedia «per il mancato contratto».
STRAGE DI AMENDOLARA, IL SOPRAVVISSUTO RACCONTA DELLE CONDIZIONI DI SCHIAVITÙ E DELLA RIVOLTA DEI BRACCIANTI
«Avevamo un contratto ma comunque lavoravamo in nero, in quanto il salario ci veniva corrisposto in contanti. Ci trovavamo in una condizione di schiavitù con il “capo”. In una casa composta da una sola stanza dormivamo 10 persone». Quella mattina una delle vittime aveva sferrato un pugno al volto di Safeer Ahmed, causandogli un ematoma a un occhio. Una ribellione pagata nel modo più atroce da lui e dai suoi compagni. I cinque braccianti vengono portati alla stazione di servizio a bordo dell’auto poi cosparsa di benzina e data alle fiamme, senza alcuna possibilità di fuga. Taj si salva, scappando dal retro del van e rotolandosi per terra per spegnere le fiamme che aveva ancora addosso: «Non ho capito più niente – dichiara – sono saltato dal portabagagli. Sono uscito fuori dalla benzina mentre stavo andando a fuoco».
STRAGE AMENDOLARA OLTRE IL SOPRAVVISSUTO C’È UN ALTRO TESTIMONE CHE RACCONTA LA TELEFONATA DI CONFESSIONE
A inchiodare i colpevoli, oltre ai filmati della videosorveglianza, alla testimonianza del superstite e del carabiniere forestale che aveva fermato l’auto poco prima, anche quella di Umair Ali, un conoscente del gruppo che, avendo appreso la notizia dei pakistani morti, aveva telefonato ad Alì per avere informazioni: «Ali mi ha risposto che la macchina bruciata era la sua, che lo stesso aveva messo fuoco alla sua macchina per ammazzare le persone al suo interno. A quel punto, ho domandato ad Alì perché lo avesse fatto. Mi ha spiegato di averli uccisi perché, la mattina stessa, le vittime avevano avuto una discussione con suo fratello e un suo amico, arrivando ad aggredirli fisicamente. Io gli ho risposto che ha sbagliato, e subito dopo, Alì ha chiuso la telefonata».
Tutti elementi che non hanno lasciato dubbi al gip del Tribunale di Castrovillari, Orvieto Matonti che, nel convalidare i fermi dei due indagati, ha riconosciuto le aggravanti contestate dalla Procura, ovvero della premeditazione, dei motivi futili e dell’aver agito con crudeltà.
LA VALUTAZIONE DEL GIP: PERICOLO DI FUGA E RECLUSIONE IN CARCERE
A parere del giudice sussiste, inoltre, il pericolo di fuga, in quanto gli autori dell’omicidio e del tentato omicidio avevano già tentato di darsi alla fuga sia dopo aver commesso il fatto che successivamente quando, una volta individuati dagli agenti della Squadra Mobile all’interno delle loro abitazioni, «cercavano in tutti i modi di non farsi catturare». Il gip evidenzia, ancora, nell’ordinanza, «una personalità incline a delinquere, una estrema pericolosità soggettiva e una spiccata incapacità di autocontrollo degli indagati», i quali «hanno dato alle fiamme ben cinque persone, uccidendone quattro e tentando di ucciderne una quinta, per futili motivi, con crudeltà e con premeditazione, dimostrando di essere in grado di esprimere una efferata violenza in assenza di ragioni plausibili».
Peraltro, annota ancora il gip, «in nessuna fase del procedimento, hanno mostrato in alcun modo segni di pentimento o di resipiscenza». «Una stabile e allarmante capacità di ricorrere alla violenza più estrema» per contenere la quale l’unica misura cautelare idonea è, a parere del magistrato, quella della custodia in carcere.
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