X
<
>

7 minuti per la lettura

«Ho visto l’inferno sulle navi del Mediterraneo e tra le donne violentate in Sudan» il racconto di Oussama Omrane di Medici senza frontiere (MSF), da Tunisi a Villapiana per amore


Il mare, le onde alte e quelle mani in cerca di salvezza da afferrare. Il racconto di Oussama Omrane di Medici senza Frontiere, tunisino di nascita e calabrese di adozione, arriva e tramortisce. E quando alla sua voce pacata seguono pause lunghe, silenzi affannosi, è inevitabile non sentire l’odore salmastro del Mediterraneo e le urla di donne e uomini unite a pianti di bambini. Così la mente, improvvisamente, viene invasa da spruzzi d’acqua, terrore e morte.

E poi ci sono le storie di violenza su quelle giovani del Sudan rapite mentre vanno alla ricerca di acqua e legna da portare a casa. Sparite nel nulla, portate in altri luoghi per soddisfare i piaceri di guerriglieri armati che si fronteggiano da tre anni, costringendo quattordici milioni di persone ad abbandonare le loro case.

CHI E’ OUSSAMA OMRANE

Ha 47 anni Oussama e vive in Calabria ma è nato a La Marsa, una cittadina a nordest di Tunisi attaccata a Cartagine. Si è laureato in Storia e grazie a delle borse di studio è arrivato all’Università di Perugia. Ha conseguito anche un master in Storia medievale e dopo aver terminato gli studi ha lavorato all’Ambasciata italiana a Tunisi. È sempre grazie a una borsa di studio che nel 2010 arriva in Calabria, all’Unical, per laurearsi in Archeologia e all’interno dell’università conosce anche la donna che diventerà moglie e madre dei suoi figli.

«Mentre studiavo ci sono state le rivolte nei Paesi arabi e parallelamente all’Archeologia ho seguito i corsi organizzati dall’Unione Europea in collaborazione con la Regione Calabria che mi hanno permesso di conseguire il diploma in mediazione interculturale e da quel momento in poi ho potuto lavorare sia all’Unical nell’area internazionale con gli studenti stranieri, che in quella umanitaria».

L’INGRESSO IN MEDICI SENZA FRONTIERE

Fare la sua parte in un mondo difficile senza per questo rivestire necessariamente i panni di un moderno Don Chisciotte, è ciò che ha portato Oussama ad entrare in Medici senza Frontiere.
«Da solo non posso cambiare il corso della storia – spiega – però credo nell’essere umano e se ognuno di noi fa la sua parte fino in fondo, possiamo provare a sistemare le cose. Ho incontrato tante persone con le quali avevo qualcosa in comune come la lingua, la cultura. E ho capito che potevo fare da ponte tra ciò che erano e quel mondo nuovo che avrebbe dovuto accoglierli. Erano persone con storie difficili, migranti, rifugiati, ultimi tra gli ultimi, e chi fa il mio lavoro è sempre alla ricerca di un’umanità che merita di avere un’altra possibilità».

Nel 2015 Oussama inizia la sua avventura con Msf in Grecia. In mare aperto ha vissuto centinaia di operazioni di salvataggio, ha incontrato migliaia di persone, si è spinto fin nelle budella dell’inferno ed è risalito, ha rischiato di perdere la vita.

GLI ORRORI DEL MEDITERRANEO

«Queste esperienze mi hanno scolpito, cambiato. Quando sento in televisione parlare dei salvataggi mi rendo conto che viverlo in prima persona è tutt’altra cosa. È un’esperienza orribile perché ci si trova davanti a persone, uomini, donne e bambini disperati che cercano di non essere inghiottiti dal mare. E per quella voglia di vivere che li spinge ad andare oltre, hanno lasciato i propri cari, il proprio Paese, hanno attraversato deserti e sono stati torturati in Libia prima di salire su una barca o un gommone malmessi. E poi arrivi tu che sei la prima persona dopo tanto tempo che li guarda con rispetto e ritrovano un po’ della loro dignità».

Oussama sembra rivivere quei momenti concitati e la sua voce tradisce le emozioni che lo attraversano: «Il Mediterraneo sembra un mare piccolo, calmo ma quando è arrabbiato fa veramente tanta paura anche a persone esperte. Ho visto morire giovani, una donna incinta e tutto ti rimane dentro, attaccato sulla pelle, come l’acqua, il sale. Quelle persone non salgono sulle barche per scelta ma per necessità. Sono ben consapevoli di poter morire. Conoscono le tragedie di chi li ha preceduti, di chi è annegato tra le onde. Sono donne violentate nei loro Paesi di origine, sono padri alla ricerca di un lavoro per offrire un futuro migliore ai loro figli, sono minori affidati alla buona sorte».

UNA SCELTA DIFFICILE DA COMPRENDERE

E oggi è tutto ancora più difficile dopo un’iniziale clima di solidarietà, tra guerre e leggi che tentano di contenere i flussi migratori. I governi preferiscono non vedere e le sole strategie messe in campo sono i respingimenti, le deportazioni e i blocchi navali.
Non è facile comprendere la scelta di chi decide di andare per mare a salvare anime perdute. Oussama sente attorno a sé l’ambiguità che lo circonda quando affronta alcuni argomenti. A parte la sua famiglia, avverte negli altri sentimenti contrastanti che lo inducono spesso al silenzio, perché è difficile far comprendere i motivi per cui una bambina nel Darfur esce per cercare l’acqua e non torna più a casa.

«Se un episodio del genere si verificasse in Italia, desterebbe grande scalpore, ma in alcuni posti del mondo, purtroppo, è quasi diventata la normalità, anche se non c’è niente di normale in tutto questo. Come la guerra civile, cosa c’è di civile in una guerra?»
Oussama ha due bambini, Mattia di nove anni e Miriam di 6. Per loro non è ancora molto chiaro il motivo per cui il padre alcune volte se ne va in qualche posto remoto dell’Africa, sotto le bombe, per assistere chi ha bisogno. Ma prova a fargli capire che ci sono persone in difficoltà che hanno bisogno di aiuto e bambini che riescono a vivere felici in luoghi molto pericolosi nonostante non abbiano niente.

IN DARFUR COME COORDINATORE DI UN PROGETTO SULLA PROMOZIONE DELLA SALUTE

Come coordinatore di un progetto di Msf sulla promozione della salute in Darfur, Oussama si è occupato di violenza sessuale.
La guerra tra le Forze armate sudanesi, SAF, e le Forze di Supporto rapido, RSF, ha provocato lo smantellamento dei servizi essenziali all’interno delle comunità, e chi è rimasto sul territorio, come Msf, ha dovuto farsi carico di oltre duecentocinquantamila persone con settemila pazienti vittime di violenza fisica e più di quattromila casi di violenza sessuale, diventata ormai una vera e propria arma da guerra. E il corpo delle donne diventa terreno di scontro, depredato, abusato, e lasciato sul campo come traccia di un passaggio che ridetermina poteri e confini.

È un grido di dolore quello lanciato da Medici senza Frontiere che nel suo ultimo rapporto parla di “catastrofe, impunità e atrocità” e rivolgendosi agli attori internazionali “influenti”, li sollecita ad esercitare con urgenza la loro pressione diplomatica sulle parti in conflitto perché cessino le sofferenze per milioni di persone.

LA VIOLENZA SESSUALE IN AFRICA

«La violenza sessuale in molte zone dell’Africa è ancora un tabù. La vittima ha sempre paura di parlare, di chiedere aiuto, e per questo abbiamo cercato di costruire le condizioni perché le donne venissero da noi in ospedale. Abbiamo parlato con i capi, con le donne, con i giovani, sempre tenendo conto delle differenze generazionali e rispettando i ruoli che rivestivano all’interno delle loro comunità. Una donna violentata è rimasta incinta e per la vergogna si è allontanata dal suo villaggio. Così è diventata vittima due volte. Noi non possiamo cambiare la mentalità delle persone in pochi giorni ma un lavoro costante può migliorare le cose. Forse ci vorranno molti anni prima che una donna violentata venga accolta e sostenuta dalla sua comunità ma noi questo lavoro di cambiamento abbiamo già iniziato a farlo».

Intanto in ospedale è realizzato un percorso privilegiato e riservato alle donne vittime di abuso attraverso un codice interno, dei fiori di diverso colore, che non fa identificare le vittime e consente l’accesso alle cure in una condizione di sicurezza.
Sono tante le testimonianze di donne raccolte da Oussama sulle barche nel Mediterraneo e nei villaggi africani. Tutto è ben impresso nella sua mente, nel cuore e nell’anima. Sono tutte gocce dello stesso mare che lo hanno plasmato fino a renderlo forte, trasparente.

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

SFOGLIA